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Turchia, minoranza visibile” “

Esperienze interparrocchiali per far fronte ” “alle difficoltà e comunicare speranza” “” “

“La comunità cattolica in Turchia costituisce una minoranza esigua, circa 32.000 fedeli su una popolazione totale di circa 70 milioni, ma è osservata con molto interesse per le sue attività. Si tratta di una comunità multiculturale, con buoni rapporti ecumenici e alla ricerca del dialogo con la maggioranza musulmana davanti alla quale i cristiani sono chiamati ad esprimersi con una voce comune. E le parrocchie, seppur con le loro difficoltà, sono luoghi fondamentali di testimonianza. La visibilità della Chiesa cattolica, che non è ufficialmente riconosciuta, passa anche per le parrocchie”. Ad affermarlo è il vicario generale di Istanbul, padre Lorenzo Piretto che al Sir parla della sua esperienza nelle parrocchie della città. L’urgenza della formazione. “Ad Istanbul ci sono 10 parrocchie. Tre di queste – afferma don Piretto – sono frequentate da fedeli francesi, tedeschi e polacchi. Tutte o quasi hanno pochi fedeli: è indispensabile, quindi, una programmazione comune per la pastorale e la catechesi”. Per questo motivo, “è stato promosso tre anni fa, a Istanbul, un corso triennale di formazione per catechisti. Dei 15 iscritti che hanno iniziato i corsi solo in 3 sono arrivati al termine. Tuttavia in alcune parrocchie vi sono diversi movimenti ecclesiali, in particolare neocatecumenali e focolarini, che offrono il loro contributo alla formazione e alla catechesi”. Ma ci sono anche chiese frequentate. È il caso della parrocchia del Rosario, fuori Istanbul. “La domenica vengono celebrate le messe in italiano, francese e turco. La catechesi dei bambini e la pastorale degli anziani sono ben curate. Anche se sarebbe importante in ogni parrocchia un giovane sacerdote per la pastorale giovanile e l’animazione della liturgia. I matrimoni e i funerali, celebrati in lingua turca, sono occasioni importanti di annuncio, data la presenza di molti turchi amici degli sposi o dei parenti del defunto”. La lingua turca nella liturgia. “La situazione della Chiesa cattolica in Turchia – spiega il vicario – è complessa, sia per la molteplicità dei riti (latino, armeno, caldeo, siriano) sia per la varietà di comunità linguistiche, in particolare francese, italiana, inglese, tedesca, austriaca e polacca”. Progressi si sono avuti con l’introduzione della lingua turca nella liturgia. “Non è stato facile, ma ora la lingua turca è accettata dai nostri cattolici sia nella liturgia sia negli incontri. E dall’agosto 2000, vero frutto del Giubileo, è disponibile la pubblicazione “ad experimentum” del “Catechismo della Chiesa cattolica” in lingua turca. I “levantini”. “La messa domenicale rappresenta il principale momento di incontro e contatto con i fedeli. Ve ne sono molti, non di origine turca, presenti ad Istanbul per lavoro. A questi, in alcune parrocchie, vengono proposte liturgie e catechesi ‘monolingue’ generalmente ben curate e animate. La parrocchia di S. Antonio, la più centrale e conosciuta di Istanbul, si fa notare per la partecipazione di fedeli nati a Istanbul, ma di origine straniera, i cosiddetti “levantini”. In questo caso, però, – riconosce don Piretto – lo spirito del Concilio Vaticano II fa più fatica ad entrare, data anche la vicinanza delle chiese orientali, dove ogni cambiamento è visto quasi come un tradimento alla fede”. Esperienze interparrocchiali. “Le nostre sono parrocchie ridotte sia nel numero dei fedeli che nei mezzi economici. Per questo sono fondamentali le celebrazioni comuni e le esperienze inter-parrocchiali. I cammini di catechesi per bambini e giovani sono condivisi e curati da gruppi ecclesiali. Lo stesso vale per gli adulti con cammini di pre-catecumenato e catecumenato. La visibilità della Chiesa passa attraverso le parrocchie. E le difficoltà non sono poche. In Turchia non si possono portare distintivi religiosi e non si può fare un ‘annuncio evangelico esplicito’ fuori dalle chiese. Tuttavia vi sono segni positivi che danno speranza per il futuro. Non siamo frustrati per essere minoranza ma abbiamo il desiderio di essere ‘presenza’ viva dell’amore misericordioso di Dio in questa terra”.