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Il 16 ottobre si presentò al balcone della basilica di San Pietro un Papa giovane, di origine polacca che sembrava deciso ad assumere pienamente la sua missione di “Vicario di Gesù Cristo” come indica molto ufficialmente la ‘titolatura’ del Vescovo di Roma. Il suo primo messaggio ai cattolici fu quello dell’apostrofo di Gesù Cristo ai suoi discepoli: “Non abbiate paura!”. “Non abbiate paura, esclamò il nuovo Papa, di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà. Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera. Non abbiate paura. Aprite, spalancate le porte a Cristo. Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà e di sviluppo”. Venticinque anni dopo, è impressionante il profetismo di queste frasi nelle quali è riassunta tutta la parabola del pontificato. Giovane, dinamico, sportivo – si parlava allora dell'”atleta di Dio” – collocò i suoi passi nei passi di Cristo in Galilea, cercò di imitarlo sempre: predicare la nuova evangelizzazione, percorrere il globo, moltiplicare i gesti simbolici che parlano al mondo, portare l’Eucaristia nel cuore della preghiera e dell’azione, sono state dall’inizio fino ad oggi, le sue preoccupazioni mai smentite. ” La Chiesa vive dell’Eucaristia” è il titolo della sua ultima enciclica, del 17 aprile 2003, che propone l’incontro con il Signore e sottolinea la presenza efficace di Cristo accanto agli uomini. Nell’assumere questa presenza di Cristo, ha portato lungo tutto il suo pontificato la preoccupazione per l’uomo, per la dignità della persona umana, che è il suo pensiero permanente e maggiore, e ha esercitato con forza il ministero della Parola. E’ diventato così oggi l’unica autorità morale comune quasi all’insieme dell’umanità: quale uomo di Stato può rivendicare tale audience nel mondo intero, al di là della cattolicità? Dopo l’attentato del 13 maggio 1981, con diverse operazioni, la vecchiaia e la malattia, il Papa ha cominciato a portare nel suo corpo stesso le sofferenze del mondo. E’ diventato sempre più l’icona di Cristo sofferente che prende in lui i peccati degli uomini. Testimone della grande tragedia europea del novecento, porta in sé la sofferenza della Polonia, della Shoah (arcivescovo di Cracovia, era quindi il vescovo di Auschwitz) e quelle del martirio cristiano mai finito: confidò un giorno a Paolo VI che secondo lui, i campi di concentramento rimarranno per sempre i simboli dell’inferno sulla terra, dove “si è espresso il massimo del male che l’uomo è capace di fare ad un altro uomo”. Tra i sistemi neopagani e i sistemi atei, Giovanni Paolo II ha vissuto la sofferenza dei cristiani, ha accompagnato la sofferenza degli ebrei. Per questa ragione si è voluto promotore di un ecumenismo che si è rinnovato al contatto con le sofferenze condivise nei campi e ha nutrito con il giudaismo un rapporto unico nella storia del papato, fatto di rispetto e di amicizia per il “fratello maggiore”. Continua oggi a portare come la sua croce questa sofferenza che sembra caratterizzare il destino dell’uomo, come è visibile quando si indigna della persistenza della violenza e dei conflitti che devastano il pianeta, conflitti locali o regionali, o con la guerra americana in Iraq. Eppure il suo procedimento non ha nulla da vedere con la proposta di un modello di vita cristiana che potrebbe privilegiare la sofferenza e la penitenza in uno spirito di riparazione, secondo una spiritualità ereditata dall’Ottocento; né ‘dolorismo’ né rigorismo nella sua proposta, ma una fede salda nella Risurrezione, cuore del mistero cristiano. Giovanni Paolo II vede oggi il suo corpo tradirlo, è veramente Vicario di Cristo, fino alla sofferenza vissuta sulla Croce, per provocare la coscienza degli uomini.