Francia, sull’eutanasia "una confusione estrema"” “

No all’eutanasia e no all’accanimento terapeutico: questa, in sintesi, la posizione della Chiesa cattolica ribadita l’8 ottobre in una nota della Conferenza dei vescovi di Francia, a poco più di una settimana dal decesso di Vincent Humbert, il giovane divenuto tetraplegico sordo, cieco e muto in seguito ad un incidente automobilistico, che ha chiesto alla madre di aiutarlo a morire con un’iniezione di barbiturici. Constatando che il dibattito pubblico nel Paese si è concentrato non “sulle circostanze particolari di questo dramma, né sull’aiuto che poteva essere offerto a queste persone sgomente”, ma piuttosto “sulla richiesta di morte del giovane” e “sull’accettazione dell’eutanasia da parte della società” chiedendo “ancora una volta che vengano riconosciute delle eccezioni alla legge che condanna ogni forma di omicidio”, l’arcivescovo Jean Pierre Ricard, presidente della Conferenza episcopale francese, ribadisce la posizione della Chiesa cattolica e chiede di fare chiarezza. “Oggi – si legge infatti nel comunicato – la confusione tra morte deliberatamente provocata e legittima interruzione dei trattamenti è estrema, anche in certi ambienti medici. Questa confusione non facilita il necessario discernimento etico”. A più riprese, sottolinea mons. Ricard, “la Chiesa cattolica” pur ribadendo con fermezza che “l’uomo non può provocare deliberatamente la morte dei propri simili”, si è pronunciata per l’adozione di cure ragionevoli e umane, che non implichino in alcun modo l’obbligo di conservare la vita a tutti i costi”, e Giovanni Paolo II ha affermato che “la rinuncia a mezzi terapeutici straordinari o sproporzionati” rispetto ai possibili benefici “non equivale al suicidio o all’eutanasia”. Di qui, conclude mons. Ricard, l’urgenza “che la nostra società si interroghi sulle funzioni della medicina per fornire ai medici indicazioni sufficientemente chiare sui limiti della loro missione” e per “offrire a tutti una medicina dal volto umano e rispettoso della volontà del malato, pur garantendo il rispetto intangibile del divieto di omicidio”.