prima pagina" "

Le mani alzate” “

E’ sufficiente essere mano, nuda e povera, ma posta sotto la stessa mano di Pietro, di quel Mosè che alzava la mano e rendeva, nel nome di JHWH, vittorioso il suo popolo; l’abbassava e la vittoria del popolo retrocedeva. Chi ha preso la decisione di farsi mano che semplicemente sta e sopporta di non agire, pur di tenere alzato il braccio di Giovanni Paolo II? Lo si può essere in ogni momento della propria giornata e ad ogni latitudine: è il cuore che sospinge e incita. E’ l’ascolto della Parola, invocazione di aiuto, il rendimento di grazie, l’affidamento alla Madre, ad essere quel sostegno orante e vitale che consentono ad uno stanco vegliardo di attingere energie per un compito immane, compito che tutti rifiutano: cancellare le guerre dalla faccia della terra e far regnare la pace. Le sue mani alzate ora benedicono, ora paternamente salutano, ora lasciano trasparire malori, stanchezze, limiti umani che stanno per essere sfiorati. Sotto, sempre, vi è un’altra mano: io, tu, noi. Una mano orante che trasmette a quelle mani l’energia dello Spirito, l’amore di Dio Padre per tutti i suoi figli. Questa è la grande ferita che lacera quelle mani: tutti sono figli, nessuno escluso. E lo ha, egli, il padre della cristianità non solo europea ma mondiale, ampiamente dimostrato, anche dopo l’intrusione nel suo stesso corpo di pallottole che la mano di Maria ha deviato. Se diventiamo mano, saremo come le mani di Aronne e Cur, e potremo, fino al tramonto, sorreggergli le mani stanche e avvizzite. Gli accadimenti umani sono molteplici, trapassati da una sola forza: una mano di figlio che si stringe a quella del padre, per non lasciarlo solo, per dirgli sono e siamo sempre con te, fino a quel traguardo che tu attendi per vedere Dio, faccia a faccia. La gioia e il sorriso non si spegneranno sul suo volto perché sentirà nella mano la mano di ognuno, tesa e accogliente, ricca non di sé ma solo della bellezza di colei che l’ha voluto tutto suo proprio perché fosse tutto per noi: Maria. Le battaglie dell’uomo non conoscono fine. Quando si studia la storia le scansioni vengono indicate dall’inizio di una guerra e dalla sua conclusione; e tutto, la vita e la morte, il raccolto e la vendemmia, le feste e i funerali, l’amore e il gioco, sono segnati da questo stigma di distruzione. Tutta la solarità conosce queste tappe sanguinose, dai primordi della storia greca agli attuali, tragici, conflitti in atto. Anche se non si vive una guerra nel proprio paese, con tutte le crudeltà e le sue rappresaglie, una battaglia è sempre in atto: la luce deve sconfiggere le tenebre. Per il cristiano (anche se europeo, bisogna asserire da qualche giorno) c’è una certezza ineludibile: Cristo, il risorto, ha già vinto la morte e il peccato. Eppure a noi, nel nostro tratto di storia e di tempo, da percorre insieme (con o senza euro, come moneta corrente) è lasciato di combattere la nostra personale battaglia. Sotteso all’universo bellico del nostro mondo, c’è una guerra che viene sferrata senza pietà e con estrema decisione: il mistero delle tenebre lo esige. Le armi allora trasmutano. Le persone giocano altri ruoli, ora visibili ora invisibili, tutti però molto reali e incidenti. Uno tuttavia è di tutti, anche quando non siano, realmente, diventati uno: ricordati del padre e del fratello che da venticinque anni combatte senza risparmiarsi; in quell’articolazione di resistenza e resa che sembra insita nel suo temperamento e forgiata nel suo carattere dalle innumerevoli vicissitudini superate. Una guerra denudata, spoglia, in cui le armi sono le mani tese, inermi, un corpo piegato dal troppo consumarsi, una voce resa tenue e fioca. Chi non ricorda il battagliero e fiero Papa nel giorno della sua elezione? Chi non ha in mente il passo gagliardo e la voce tonante? Quanti fra di noi, lo ripeto cristiani e ancora europei, gli si è cucito addosso, lo ha fatto entrare nel sacco della propria pelle, per condividere con lui, ogni gesto, ogni passo?