media" "
I rappresentanti delle televisioni cattoliche ” “dei Paesi europei il 18 settembre a Roma” “” “
“Le iniziative televisive dei cattolici nei Paesi europei: realtà e prospettive” è il tema del seminario di studio organizzato dalla Commissione episcopale europea dei media (Ceem) del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) che si svolgerà a Roma il prossimo 18 settembre. Promosso in collaborazione con la Fondazione Comunicazione e Cultura della Conferenza episcopale italiana e con la Commissione media della stessa Conferenza, il seminario si propone, come spiega mons. Peter Henrici , presidente della Ceem, “di far incontrare i gestori delle televisioni promosse dalle Conferenze episcopali europee o da singoli vescovi, di verificare le esperienze di ciascuna emittente e di ipotizzare la realizzazione di produzioni internazionali per accedere ai finanziamenti dell’Unione europea”. Il seminario, che vedrà la presenza di responsabili di programmi religiosi di circa 20 Paesi, sarà introdotto da mons. Ceriotti, presidente della Fondazione Comunicazione e Cultura della Cei, mentre sono attesi gli interventi tra gli altri di Jim McDonnel, membro del Gruppo mass media della Comece (Commissione episcopati della Comunità europea) e di mons. Claudio Giuliodori, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei. Su media e Chiesa riportiamo una breve riflessione di p.Gabriel Nissim , rappresentante dell’Associazione cattolica mondiale di comunicazione (Signis) al Consiglio d’Europa e un’anticipazione dell’intervento al seminario di Francesco Casetti , docente di comunicazione sociale all’Università cattolica di Milano. “Farci ascoltare”. “I media sono diventati un fattore determinante della vita sociale per l’immagine che danno degli attori e dei gruppi sociali. Vado in televisione, dunque sono”. Secondo padre Nissim, oggi assistiamo ad “una rappresentazione mediatica che tende a privilegiare ‘le star’ a svantaggio della vita reale delle persone e delle comunità”. Di fronte a ciò “nessuna istituzione può fare a meno di ‘comunicatori’ che abbiano il dono di intercettare l’attenzione in televisione. Anche la Chiesa ha un bisogno urgente di tali comunicatori”. Le Chiese, aggiunge il religioso, “devono, prioritariamente, fare propria la preoccupazione di coloro che rischiano di non esistere socialmente, la preoccupazione dei ‘senza voce’ e dei ‘senza immagine’ che non vengono mostrati perché non sanno farsi capire. I giornalisti sono una sorta di servitori dell’avvenimento di cui devono dare non un punto di vista oggettivo ma onesto e fedele”. La responsabilità delle Chiese sarà, dunque, da un lato “appoggiare all’interno dell’opinione pubblica gli sforzi dei professionisti di informare onestamente” e dall’altra “trovare parole e immagini che sappiano risvegliare l’attenzione dei contemporanei. Non è sufficiente, infatti, avere qualcosa da dire ma dobbiamo sapere come farci ascoltare”. Un possibile spazio di azione. “E’ opportuno chiedersi se le istituzioni ecclesiastiche, diocesi, conferenze nazionali, debbano essere presenti in prima persona nel panorama mediale, e in particolare nel panorama televisivo, o se si debbano limitare ad una azione di raccordo e sollecitazione, rivolta soprattutto agli operatori della comunicazione di ispirazione cristiana”. E’ la domanda sollevata da Francesco Casetti, docente di comunicazione sociale all’Università cattolica di Milano, nella sua relazione su “Il sistema televisivo futuro dei media” di cui anticipiamo brevi passaggi. “E’ da chiedersi aggiunge Casetti – se una presenza in prima persona debba manifestarsi attraverso l’attivazione di “agenzie” di fornitura di contenuti, o debba anche manifestarsi attraverso l’attivazione di emittenti televisive (o mediali) dedicate”. Per lo studioso è da sottolineare “l’opportunità di una circolazione nello spazio europeo dei programmi di ispirazione cristiana e questo non solo per necessarie sinergie economico-culturali, ma anche per una sottolineatura del ruolo dei cristiani nella costruzione e nelle radici dell’Europa”. E’ inevitabile pensare, infatti, che “un’identità cristiana ben riconoscibile costituisce un vantaggio (asset) comunicativo e non un punto di debolezza”.