Portogallo: "saggi legislativi" di scuola europea” “
Da terra di emigrazione con quasi 5 milioni di cittadini sparsi in 122 Paesi a terra d’accoglienza degli immigrati: così si è trasformato il Portogallo in questi ultimi anni, con circa 450.000 immigrati regolari (il 5% della popolazione) provenienti soprattutto dall’Europa orientale (in particolare dall’Ucraina) e dal sud-est del Brasile (dalla regione povera del Minas Gerais). E di immigrazione si parla in questi giorni (14-18 luglio) a Funchal nell’incontro nazionale dei Segretariati diocesani della pastorale delle migrazioni organizzato dall’Opera cattolica portoghese delle migrazioni (Ocpm), organo della Conferenza episcopale portoghese. Un pò di storia. “Il processo di immigrazione in Portogallo – racconta padre Rui M. Silva Pedro, direttore dell’Ocpm – inizia negli anni Settanta, soprattutto dall’Africa lusofona e da Timor Est, consequenza storica del processo di decolonizzazione e di consolidamento delle nuove nazioni. Ora si è aperto un nuovo ciclo migratorio e questa volta senza quei riferimenti culturali, storici e linguistici che caratterizzavano l’immigrazione tradizionale”. Come accade in tutta l’Unione europea la presenza degli immigrati si è intensificata e diversificata: maghrebini, brasiliani, indiani, cinesi, ucraini, moldavi, russi, rumeni arrivati in tanti modi, ma in maggioranza attraverso “agenzie” specializzate in attività illecite legate al traffico di esseri umani, reti violente e sconosciute prima del 1999. Chi viene e chi va. “Siamo una ‘piattaforma girevole’ da dove arriva e da dove parte gente”, spiega Rui Pedro, ricordando che l’anno scorso sono partiti verso altri Paesi 27.000 portoghesi. “Cercando di essere un buon allievo dell’Europa – afferma – anche il Portogallo va avanti a ‘saggi’ legislativi sempre imperfetti e incapaci di regolare la realtà per mancanza di strutture amministrative adeguate. Lo Stato riconosce alla Chiesa un’azione pioniera nell’accoglienza di emergenza, ma respinge gran parte delle proposte presentate, sul tema dell’integrazione sociale, dal Collettivo di organizzazioni cattoliche dell’immigrazione, insieme ad altre associazioni della società civile”. E l’Europa? “L’Europa sono anche i migranti”, sottolinea Rui Pedro, osservando che, in materia di immigrazione, “l’Unione europea tende a legiferare prioritariamente per garantire la sua identità economica, il suo benessere e la sicurezza nazionale, deresponsabilizzandosi dalle cause (fame, sottosviluppo, conflitti, debito esterno, corruzione…) e dalle tragedie dei Paesi da cui provengono gli immigrati”. “Anche se si annunciano programmi di cooperazione, di collaborazione nel controllo dei flussi e dei rimpatri – afferma -, forse sarebbe meglio essere trasparenti e cominciare a smettere di negoziare armamenti con questi Paesi”. La libera circolazione in atto in Europa, fa notare, “è un segno dei tempi che, come tutti i segni e simboli da interpretare, racchiude in sé delle tensioni e delle frontiere mentali e culturali da sorpassare”. Cittadini a pieno titolo. “Crediamo in un futuro in cui i migranti residenti saranno cittadini a pieno titolo – dice -, perché nella coscienza europea è maturata l’idea di una politica comune che riconosca i diritti umani non più legati alla nazionalità, alla territorialità, né alla clausola limitativa della reciprocità tra Paesi”. É però importante, a suo avviso, che “sia garantita sempre più la rappresentatività degli immigrati come categoria sociale tramite dei Consigli consultivi nazionali (se fosse possibile anche a livello europeo) per l’integrazione delle differenti identità, la prevenzione del razzismo e xenofobia e la lotta – coinvolgendo gli stessi immigrati – alla tratta delle persone per lavoro o a scopo di prostituzione”. Un segno di speranza è l’entrata in vigore il 1º Luglio della Convenzione Onu per “la Protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e membri delle loro famiglie”. L’Ocpm è impegnata nella creazione di un Comitato nazionale per l’informazione e la ratifica della Convenzione.