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Preti, religiose e religiosi: a Varsavia dal 2 al 6 luglio ” “incontro Ccee sulle vocazioni in Europa” “
Che cosa fare affinché la cura per le vocazioni alla vita consacrata e al sacerdozio diventino un impegno di tutti nella Chiesa e quali elementi sono oggi necessari nella pastorale ordinaria perché i giovani possano sentire la chiamata di Dio? Sono gli interrogativi alla base dell’incontro annuale del Servizio europeo per le vocazioni (Evs) in corso a Varsavia, (2-6 luglio) su “L’integrazione di una rinnovata pastorale vocazionale nelle strutture della pastorale ordinaria” che riunisce i delegati nazionali degli uffici e dei centri vocazionali europei e i vescovi responsabili della pastorale vocazionale delle diverse Conferenze episcopali. Le giornate sono promosse dall’arcivescovo di Salisburgo e delegato del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee) per le vocazioni, mons. Alois Kothgasser e dal coordinatore Evs, Reiner Birkenmeier. Secondo l’ultimo Annuario statistico della Chiesa (che riporta i dati fino al 31 dicembre 2000), sono 208.659 i sacerdoti presenti in Europa, su 702.661.000 abitanti, dei quali 280.144.000 cattolici. Di questi sacerdoti, 145.268 appartengono al clero diocesano, 63.391 sono i religiosi. I religiosi non sacerdoti sono 21.691 e 366.326 le religiose. Nel 2000 le ordinazioni sacerdotali in Europa sono state 2.321 di cui 572 in Polonia e 527 in Italia. Al terzo posto la Spagna con 235. Si contano inoltre 26.879 seminaristi maggiori e 14.967 seminaristi minori. “ All’inizio del terzo millennio l’Europa ha bisogno di nuovi evangelizzatori”, ha osservato aprendo i lavori don Marek Dziewiecki direttore del Centro vocazionale nazionale polacco. “Si tratta di un compito di tutta la pastorale, non un impegno solo di alcune persone” gli ha fatto eco mons. Stefan Regmunt, delegato dei vescovi polacchi, che ha parlato di un un compito che richiede “la massima collaborazione” tra “dimensione nazionale, diocesana e parrocchiale”. Si dovrà predisporre “una sorta di direttorio europeo” per tutti coloro che lavorano nella pastorale vocazionale, tanto per i delegati quanto per i vescovi e le chiese locali, come “risultato da portare a casa” dopo l’incontro di Varsavia? Questa è la domanda del coordinatore Evs, Reiner Birkenmeier, secondo cui è necessario fornire agli operatori pastorali di questo ambito “una chiara concezione del proprio compito e una saggia definiizione dei limiti dello stesso” ad evitare il pericolo di frustrazione. In un tempo in cui “nelle chiese locali le strade tradizionali del diventare cristiani vanno perdendo sempre più efficacia” occorre risolvere “la vaghezza in cui si trova la pastorale facendo emergere, tra gli altri, tre compiti che ogni incaricato delle vocazioni dovrebbe avere: pescatore, evangelizzatore e sostenitore del sì al sacerdozio ed alla vita consacrata nella cultura e nella società di oggi”. Uno dei compiti più importanti, sempre ad avviso di Birkenmeier, è tessere “relazioni, offrire cose che da sole non possono offrirsi, ad esempio fornire un’immagine chiara del sacerdote in un paesaggio teologico nel quale è molto controversa la definizione dell’ufficio sacerdotale”, o anche “preoccuparsi di pregare per le vocazioni nelle parrocchie”, o infine “far capire, diffondere l’importanza del celibato”. Di parere analogo anche padre Amedeo Cencini, docente di psicologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, per il quale va promossa “una nuova cultura vocazionale che, se pur articolata secondo le diverse realtà nazionali”, coinvolga tutti, dal “vertice alla base”, e per il quale, il “formatore vocazionale” va inteso come figura in grado di “animare altri animatori” e “coordinare una rete di responsabilità collettive e convergenti”. Anche per Birkenmeyer, il problema da risolvere è quello della “posizione debole, a livello popolare della pastorale vocazionale” perché in molti Paesi “esistono incaricati a livello nazionale e diocesano ma non nelle parrocchie”.