FRANCIA" "

Laicità dell’intelligenza” “

Una riflessione di Paul Valadier” ” su "Etudes" di giugno” “” “

In Francia “l’aver messo in disparte l’insegnamento delle religioni – se non addirittura la diffidenza ostentata dalla Repubblica verso i suoi ‘eterni nemici’ – ha condotto ad un’ignoranza che non affligge soltanto le giovani generazioni, ma ha privato l’Università dell’opportunità di investire in interi ambiti del sapere umano”. Un malinteso concetto di laicità che per PAUL VALADIER , docente al Centre Sèvres (la Facoltà gesuita di Parigi) e direttore degli “Archivi di filosofia”, va ripensato in termini di “laicità dell’intelligenza”. Dalle colonne del numero di giugno di “Études”, mensile di cultura contemporanea fondato dai gesuiti nel 1856, Valadier afferma che “lo Stato non può che essere laico, nel senso che non deve in alcun modo dipendere dalle Chiese o dalle religioni”, ma se “vuole essere attento alle istanze sociali, che deve regolare dopo averle accolte, il suo rapporto con le religioni va rivisto, come pure l’idea di laicità”. IL ‘PERICOLO IDEOLOGICO’. In passato “la Repubblica francese ha conosciuto diversi pericoli”: quelli “esterni”, legati agli attacchi di nemici stranieri, e quelli “interni, quando ha dovuto affrontare numerose contestazioni in nome di ideologie estremiste di destra o di sinistra”; tuttavia, ad avviso di Valadier “sembra che ai nostri giorni il pericolo sia immanente alla sua stessa filosofia” perché “se la Repubblica giacobina si è potuta appoggiare su una teoria politica forte e coerente, tutto porta a pensare che questa stessa teoria accusi oggi debolezze tali da poter parlare di ‘pericolo ideologico’”. Secondo la sua concezione di “Stato sovrano”, la Repubblica francese “non concepisce l’idea di cittadini come individui in ricerca, con interessi propri, o già strutturati in gruppi, comunità linguistiche, culturali o religiose”; essa, prosegue Valadier, “si attribuisce compiti educativi, stringendo un legame quasi mistico con la scuola”, al fine di “formare i cittadini alla ragione e alla ‘cittadinanza’” contro “i particolarismi della società (lingue, costumi diversi, religioni…) e contro i pregiudizi inculcati dalle tradizioni o dall’ignoranza, postulando che le tradizioni si accompagnino all’ignoranza”. Una conoscenza, dunque, “che emancipi dalla tutela delle religioni”, legata ad “un’idea di repubblica di stampo giacobino” e ad un malinteso concetto di laicità. UNA LAICITÀ DELL’INTELLIGENZA. “Anziché pensare la laicità in termini di frattura o separazione, se non addirittura in termini di esclusione – avverte il gesuita – converrebbe considerarla in termini di relazioni di riconoscimento, il che non significa che lo Stato debba essere concordatario ma fa intuire che, ad esempio, in materia di insegnamento del ‘fatto religioso’ si debba passare da una ‘laicità dell’incompetenza’ o dell’ignoranza ad una ‘laicità dell’intelligenza’ come auspicato nel 2002 da Régis Debray nel suo Rapporto su ‘L’insegnamento del fatto religioso nella scuola laica’”. “La vacuità di certe pubblicazioni di alto livello, allorché trattano il tema religioso, ha qualcosa di sconcertante – rimarca Valadier -, ma è la conseguenza di una laicità fonte di ignoranza e dunque di oscurantismo”. Per il filosofo “gli attuali irrigidimenti sul modello di sospetto ed esclusione” rivelano che “la laicità alla francese si sente vacillare nei propri fondamenti” e “ritiene più semplice fare la caricatura alle legittime attese sociali che non rivedere i propri pregiudizi”. STATO E SOCIETÀ CIVILE. Del resto, “spetta allo Stato definire il bene della società, o è piuttosto quest’ultima, nelle sue diverse componenti, a dover esprimere aspettative di cui lo Stato è chiamato a tenere conto e a fornire risposte?”. Oggi, afferma Valadier “viene messo in discussione il rapporto globale dello Stato repubblicano con la società civile”; un dibattito volto a chiarire se il ruolo dello Stato sia quello di “regolatore della società”, o se esso “si debba limitare ad un compito più modesto, rispettoso delle libertà e delle diversità sociali e culturali senza pretendere che non esista nulla al di sopra e al di fuori della Repubblica”. In altre parole, “senza più perseguire la missione vana, e soprattutto pericolosa, di voler abolire negli spiriti di tutti ogni traccia di trascendenza”, e riconoscendo che “l’uomo non si riduce a mero cittadino, ma si struttura in una diversità di appartenenze che una Repubblica consapevole dei propri limiti dovrebbe incoraggiare al dialogo e alla coesistenza”. Per superare “il ‘provincialismo’ di questa concezione dello Stato e affrontare i nuovi problemi posti dalla società”, conclude Valadier “occorre una profonda reinterpretazione dei principi repubblicani”.———————————————————————————————————– Sir Europa (Italiano) N.ro assoluto : 1307 N.ro relativo : 47 Data pubblicazione : 23/06/04