Un risultato debole” “

Proseguiamo la rassegna dei commenti alle elezioni europee. In questo numero è la volta di Lituania e Svezia (vedi Sir n. 45/2004). Lituania: “votati partiti populisti dalle promesse mirabolanti”. “La vittoria dei populisti esprime la reazione dei cittadini alla politica nazionale nella quale non vi è molta giustizia nei confronti dei lavoratori”. È il commento al Sir di mons. Jonas Kauneckas, vescovo di Panevezis (Lituania) e presidente del Consiglio per l’apostolato dei laici, alla scelta degli elettori chiamati a votare, oltre che per il Parlamento europeo, anche per la designazione di un nuovo presidente dopo la destituzione, il 6 aprile, di Roland Paksas. Di fronte ai risultati elettorali che hanno visto la vittoria del “Partito del lavoro” guidato dal miliardario di origini russe Viktor Uspastkitsh (48,15% il dato di affluenza alle urne), il vescovo di Panevezis ha ricordato il discorso rivolto di recente al Parlamento nazionale “per richiamare i responsabili del Paese ad una maggiore attenzione verso i cittadini, e ad impegnarsi più a favore dei poveri piuttosto che a favore di chi governa i capitali” e ha dichiarato: “La gente vuole più giustizia nella società” ed è stanca “di sfruttamento e corruzione”. Come nella maggior parte dell’Europa, la popolazione ha votato contro i partiti tradizionali, “preferendo schieramenti privi di tradizione, ma dalle promesse mirabolanti di risolvere i problemi interni del Paese”, dimostrando così “di non avere ben chiare le funzioni dei parlamentari europei” ha commentato il presidente della Commissione elettorale Zenonas Vaigauskas. Anche per il docente dell’Università di Vilnius e giornalista cristiano Paulius Subaleius “alcuni lituani sperano che sia ancora possibile realizzare il paradiso in terra. Per questo oltre un terzo della popolazione ha votato per partiti che promettevano mari e monti; il che non è di competenza del Parlamento europeo”. Ma vi è anche un segnale positivo: se dei 13 seggi del Parlamento, 5 sono stati assegnati al partito populista, gli altri sono stati ripartiti fra popolari (3), liberaldemocratici (3) e socialisti (2). Prova che, ha concluso Subaleius, “gli elettori dei partiti tradizionali hanno scelto gli schieramenti che corrispondevano di più ai criteri indicati dai vescovi lituani nella loro lettera in occasione delle elezioni, quali la collaborazione con i grandi partiti internazionali, la passata partecipazione dei capolista in qualità di osservatori ai lavori dell’Europarlamento, l’impegno dimostrato nel passaggio dal sistema sovietico alla democrazia”. svezia: scetticismo ma più apertura nelle nuove generazioni. “In Svezia molti sono scettici verso l’Unione europea e chiedono che la Svezia lasci l’Europa. Ciò si registra soprattutto nell’entroterra, nel Nord del Paese e tra le classi lavoratrici, dove hanno votato meno del 26%”: lo dice Maria Hasselgren, dell’ufficio stampa della diocesi di Stoccolma. “Ha inoltre suscitato molto scalpore – prosegue Hasselgren – il fatto che il partito Junilistan, nato solo quattro mesi fa, abbia conquistato il 14,6% dei voti. I suoi votanti non chiedono di lasciare l’Ue, ma non vogliono nemmeno che Bruxelles gestisca troppo potere, chiedendo che venga mantenuta la sovranità nazionale più ampia possibile”. Secondo la collaboratrice del vescovo di Stoccolma, mons. Anders Arborelius, “in genere per i cattolici appartenere all’Ue è considerata una cosa buona. Specialmente per coloro che rappresentano la prima o seconda generazione di immigrati che hanno le loro ‘radici’ in altri Paesi europei: quali ad esempio polacchi, italiani, croati, ungheresi, tedeschi, irlandesi. Per tutti costoro è piuttosto naturale sentirsi ed essere ‘europei'”. Quanto agli svedesi, la situazione appare divisa: “Da una parte ci sono coloro che apprezzano il fatto che sia più facile viaggiare, importare liquori, studiare e lavorare in altre nazioni del continente. Dall’altro lato stanno coloro che deplorano l’Ue per l’alto livello di disoccupazione, i tagli allo stato sociale, che costa molto divenire stati membri dell’Unione, soprattutto che quasi ogni cosa è decisa al di sopra delle nostre teste a Bruxelles”. Comunque, conclude, “le giovani generazioni sono in genere più aperte e possibiliste e probabilmente nel giro di dieci-quindici anni l’attuale opposizione all’Ue verrà meno, soprattutto se si realizzerà una vera crescita economica unita alla possibilità di combattere il terrorismo e sviluppare la pace proprio grazie alla forza dell’Europa unita”.