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Alla vigilia delle elezioni europee ” “un pensiero dell’autrice ” “di "San Benedetto, il primo Europeo"” “” “
All’inizio del Terzo Millennio, mentre si parla tanto della costruzione della nuova Europa, dell’allargamento dell’Unione europea, vale la pena ritornare alle origini della nostra storia, commemorando la figura e l’opera di San Benedetto. La commemorazione è un atto personale che coinvolge (“com-muove”) la memoria, e consiste nel riesaminare i suoi contenuti. Niente a che fare con la superficiale celebrazione, non serve per gli altri, ma per noi stessi. Per capire se stesso e continuare la storia della propria famiglia, della propria città, nazione e continente, ogni uomo europeo dovrebbe cercare nella propria memoria, nella propria identità le tracce dell’opera e della testimonianza di vita di San Benedetto. Il primo grande merito che rende San Benedetto vero maestro consiste nell’aver saputo trasformare la sapienza ricevuta in forma soggettiva in un insegnamento oggettivo, universalmente valido per ogni uomo di ogni epoca. Egli ha avuto il talento di un entusiasmo coinvolgente, capace di spingere altri ad acquistare la stessa sapienza e a utilizzarla nel quotidiano ora et labora. Ha contribuito in modo rilevante alla costruzione dell’Europa, limitandosi in realtà a disegnarne il progetto e a iniziare appena quel lavoro che i suoi discepoli ed eredi, da San Bonifacio e San Adalberto fino a De Gasperi, Schuman, Adenauer e altri, hanno poi provveduto a continuare fino ai nostri giorni. San Benedetto, inoltre, non si arrogava alcuna pretesa di cambiare il mondo in modo spettacolare, egli mirava soltanto a formare piccole comunità di persone che insieme cercassero di edificare la loro casa e mettere ordine al suo intorno. Usando la terminologia dei nostri giorni si potrebbe affermare che egli era contrario alla globalizzazione e favorevole all’autonomia delle piccole patrie; sarebbe invece più giusto costatare che egli proponeva la loro complementarietà nell’essere e nel fare. Se ha voluto l’unità dell’Europa, l’ha pensata come una grande abbazia, una comunità costituita dalle piccole comunità familiari e amicali con valori culturali condivisi e non politici. Il patrono d’Europa non era quindi un sognatore, ma un umile realista. Non stendeva grandi programmi per i decenni futuri o per i secoli ma per il presente, non si proponeva di cambiare tutto l’Impero, la Chiesa intera oppure il mondo, cioè l’Europa. Egli voleva rendere perfetta e tranquilla la comunità dei suoi confratelli e allievi, che vivevano in un piccolo “lab-oratorio” di fede e di cultura. Ogni europeo fedele alla propria identità originaria è in un certo senso un figlio di San Benedetto, suo erede e come tale è obbligato a continuare il lavoro da lui progettato e cominciato. Dunque tutti siamo chiamati a una fedele e costante continuazione del suo lavoro nell’intimità delle piccole comunità in cui viviamo, nelle nostre molteplici e diverse abbazie. Dipende da noi mettere a frutto l’eredità benedettina nel nostro hic et nunc, conservarla e tramandarla ai nostri eredi. Forse ci stiamo rendendo conto che nel Terzo millennio avremo più che mai bisogno dell’insegnamento e dell’eredità di San Benedetto. Gli uomini della nostra epoca hanno il privilegio di conoscere con facilità inaudita tante scoperte, che aiutano a vivere meglio, di intraprendere diverse attività che rendono la vita molto interessante, ma non riescono ad apprezzare e contemplare tutto ciò di cui dispongono nella loro casa, nella loro comunità familiare. Vanno fuori di casa alla ricerca della felicità invece di costruirla nella loro quotidianità. All’inizio del Terzo millennio più che mai l’uomo ha bisogno del silenzio e dell’armonia; per sopravvivere spiritualmente deve ordinare lo spazio e il tempo in cui vive, deve sottoporre l’attività culturale e politica a verità fondamentali, quali il rispetto per ogni persona e il valore del lavoro umano. Le due parole di Benedetto ora et labora indicano la direzione in cui bisogna andare.