Guardando al futuro” “

Nuove prospettive per le parrocchie francesi” “” “

Capire la propria storia e la realtà attuale, cambiare mentalità, ridisegnare la carta geografica. Ha seguito questa strada la diocesi di Clermont-Ferrand, nel cuore della Franca, per adeguare le proprie comunità parrocchiali e renderle più rispondenti alla missione evangelizzatrice. Una trasformazione profonda, raccontata al Sir dal vescovo Hippolyte Simon , conosciuto anche per la sua sensibilità europea e per essere uno dei due vice-presidenti della Comece. La parrocchia in Francia si può considerare un’istituzione ecclesiale importante, essenziale per la vita cristiana? “In Francia la parrocchia è una istituzione che è stata, e che ritorna ad essere, importante. In effetti per diversi anni si è pensato, in alcuni ambienti cattolici, che la parrocchia fosse ‘superata’, e che non era più adeguata per l’evangelizzazione nel nostro Paese. Costoro hanno privilegiato una pastorale per ‘ambienti sociologici’, piuttosto che una pastorale sacramentale legata al territorio. Poi alcune comunità, cosiddette ‘nuove’, hanno privilegiato i legami per affinità spirituale, invece della pastorale classica, aperta a ogni praticante, regolare o meno. Ma oggi in Francia la parrocchia ritrova un avvenire in seguito a numerosi sinodi diocesani svolti in questi ultimi anni. La parrocchia, infatti, è voluta dalla Chiesa, si fonda su un ‘diritto territoriale’ e non sulle preferenze soggettive degli uni o degli altri. Essa è il luogo in cui ogni battezzato può fare l’esperienza dell”universale concreto’, incontrandovi fratelli e sorelle che non ha scelto ma che possono invitarlo ad accogliere il dono di Dio. La parrocchia deve considerare i problemi di tutti gli abitanti, anche di quelli che non sono praticanti e di chi ha altre convinzioni religiose”. Quali sono oggi i problemi principali che devono essere affrontati dalle parrocchie? Esistono nuove esperienze per superare questi ostacoli per la missione cristiana? “Il problema che si è dovuto risolvere è stato quello del passaggio dalle parrocchie ereditate dal XIX secolo, quando la società francese era essenzialmente rurale e agricola, a parrocchie che fossero adeguate alla società urbana. Queste parrocchie sono state fondate in un’epoca in cui la gente andava a piedi e terminava la scuola a 11 anni, quando la frequentava! Nella mia diocesi, per esempio, c’erano 522 parrocchie per una popolazione di 600mila abitanti. Gran parte delle parrocchie corrispondeva a un solo villaggio, spesso con meno di cento abitanti: la più piccola contava 17 persone. Ma, in città, alcune parrocchie contavano oltre 40mila abitanti. A un certo punto, con 130 preti in attività era impossibile trovare un parroco per ogni comunità. La maggior parte di esse non aveva che il titolo di parrocchia; questa polverizzazione rendeva difficile tutta l’azione pastorale. Molti si accontentavano di sopravvivere nella nostalgia del tempo passato”. Dunque cosa avete fatto? Quali scelte avete operato? “Dopo un sinodo durato tre anni, dal 1997 al 2000, che ha mobilitato più di diecimila persone in 1.300 équipes sinodali, abbiamo deciso una riforma del territorio diocesano. La nostra diocesi conta oggi 32 parrocchie, con una media di 20mila abitanti. Abbiamo voluto ristabilire una coerenza tra il diritto e i fatti, facendo in modo che ogni parrocchia fosse una vera comunità di cattolici, al centro della vita di oggi. In particolare noi abbiamo preso come criterio la funzione di evangelizzazione dei liceali. Affinché i giovani da 15 a 18 anni possano essere al centro della parrocchia, occorre che essa sia coerente con la ‘geografia’ degli istituti superiori. Coniugando questo criterio con quello della distanza (nessuno deve essere a più di trenta minuti – ma in automobile! – dall’Eucarestia), abbiamo stabilito la nostra nuova carta geografica. Ogni parrocchia è dunque oggi diretta da un curato, coadiuvato da altri sacerdoti, da diaconi permanenti e da laici con responsabilità definite. Essa può assicurare tutte le sue funzioni e dispone anche dei Consigli previsti dal Codice. Nelle aree di campagna, ogni parrocchia utilizza diversi luoghi di culto, ma la gente ha compreso la necessità di spostarsi per la messa domenicale, come ci si sposta per tutte le altre esigenze della vita. Bisogna badare ad animare delle piccole comunità di prossimità nei villaggi e nei quartieri delle città. Ma, in questo modo, ogni comunità fa parte di una parrocchia che la sostiene, anziché essere isolata e lasciata a se stessa”. Le parrocchie di Clermont-Ferrand sono aperte, attive e vive nella realtà sociale, culturale e politica? “È difficile rispondere semplicemente a questa domanda. Ma io credo di poter dire che la riforma ha restituito dinamismo a tutte le parrocchie e spero che questo dia dei frutti in futuro. Ciò che è sicuro, è che lo sguardo sull’avvenire è cambiato da parte di tutti i cattolici impegnati nelle nostre diverse comunità”.