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Dopo il 1° maggio: intervista al card. Attilio Nicora,” “già vicepresidente della Comece ” “” “
L’Europa è anche, forse soprattutto, questione di consapevolezza. Non il semplice prodotto di una architettura istituzionale, bensì una paziente opera di costruzione che passa attraverso le coscienze. Indica “tempi lunghi” il cardinale Attilio Nicora per completare l’allargamento dell’Unione europea. Varesino, classe 1937, giovanissimo vescovo ausiliare di Milano nel ’77, è stato vescovo di Verona per poi occuparsi, nell’ambito della Conferenza episcopale italiana, delle questioni giuridiche; nel 2002 è nominato presidente dell’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede. Cardinale dal 2003, europeista convinto, è stato anche vicepresidente della Comece, Commissione degli episcopati della Comunità europea. La data del 1 maggio va considerata un approdo o un punto di partenza? “È anzitutto un grande traguardo, un risultato insperato solo fino a pochi anni fa. La caduta del muro di Berlino ha segnato un’epoca e l’allargamento ne è una conseguenza. D’altro canto, specialmente in termini di responsabilità immediate, il 1° maggio è un punto di partenza. L’aumento dei Paesi che aderiscono all’Unione richiede serie riforme sul piano istituzionale e la capacità di portare anche ad essi le politiche e le regole che presiedono alla comunità. Bisogna mettere nel conto un periodo non breve di assestamento e di rodaggio”. Nel prossimo Consiglio europeo di giugno è possibile che si giunga alla definizione del testo della Costituzione. I due processi sono collegati fra loro? “Naturalmente. La costruzione dell’Europa unita esige una forte consapevolezza, un riconoscimento reciproco, una vera coscienza comune. I vecchi e i nuovi aderenti all’Unione devono ricercare e identificare assieme i valori condivisi che accomunano popoli e Stati. La definizione del Trattato costituzionale ha principalmente tale obiettivo. Credo inoltre che questo sia un terreno fecondo nel quale possono operare le Chiese per il bene del continente. L’Europa certo non può essere un dogma di fede, ma è un ambito privilegiato per la testimonianza dei cristiani. È un campo in cui c’è molto da fare, come ci ha ricordato il Papa con l’ Ecclesia in Europa“. Si guarda con preoccupazione all’allargamento verso i Paesi dell’ex blocco sovietico: le differenze economiche e sociali, i ritardi in materia giuridica, fanno prevedere costi eccessivi per l’allargamento. Timori giustificati? “Occorre anzitutto saper fare delle distinzioni, perché ciascuno dei dieci nuovi Paesi aderenti ha una sua storia, una fisionomia e proprie caratteristiche e tradizioni. Anche sul piano religioso. Ad esempio l’Ungheria è più vicina alla tradizione occidentale per via della sua non lontanissima appartenenza all’Impero asburgico. Diversa è, ovviamente, la tradizione degli Stati baltici… In questo senso la prima cosa da fare è conoscersi meglio per capirsi meglio. Non dobbiamo poi dimenticare che queste nazioni, ad eccezione di Cipro e Malta, hanno subito una sorta di interruzione cinquantennale della loro presenza in Europa, con un passato recente segnato dal comunismo, con tutto ciò che esso ha comportato. Per fortuna, però, al giorno d’oggi le occasioni e gli strumenti per i contatti, gli scambi, le conoscenze sono molteplici e rapidi. Questo potrebbe essere un elemento favorevole per un avvicinamento”. Prima accennava a una “coscienza comune” europea: che cosa significa? “Significa che la casa europea ha bisogno di fondamenta solide, profonde, deve toccare il cuore dei cittadini, non può essere una costruzione artificiosa. Lo hanno più volte ribadito i vescovi della Comece: dobbiamo aprire i nostri cuori e affidarci a quella speranza che ci richiama il Papa. Occorre un forte sentimento comune, di pace e solidarietà, per proseguire l’opera comunitaria avviata mezzo secolo”. L’Ue ha portato i suoi confini oltre l’ex “cortina di ferro” e verso il Mediterraneo; sono previsti già nuovi ingressi nella comunità. È lecito domandarsi quali siano, se ce ne sono, i confini estremi dell’Europa? “L’adesione di Romania e Bulgaria è ormai solo questione di tempo, mentre la spinosa questione balcanica credo possa essere affrontata nel quadro di un avvicinamento di quei paesi all’Ue, per costruire un processo di sviluppo e di pace tanto atteso. Le scelte relative a nuovi ampliamenti sono di natura squisitamente politica, eppure non possiamo fare a meno di verificare che c’è anche un problema di identità culturale dell’Europa stessa. Spero che ogni decisione in questo senso prenda come punto di partenza i valori comuni e più profondi, non già motivi puramente congiunturali di natura politica o economica”.