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Ingresso nella "modernità"” “” “

L’ingresso, il 1 maggio, di dieci nuovi Stati nell’Unione europea anche in Portogallo è stato accolto con entusiasmo. Tuttavia non si nascondono alcune paure. Il primo Ministro portoghese Durão Barroso per rilanciare l’economia del Paese ha, infatti, avuto bisogno dei fondi di sostegno europei, la fine dei quali, però, è prevista proprio dopo l’ingresso dei nuovi Paesi membri. Per riportare il deficit pubblico entro i parametri Ue si è, inoltre, impegnato a tagliare drasticamente la spesa sociale: un’impresa che ha incontrato una forte opposizione interna. Una data storica per l’Europa e per il mondo, quella del 1 maggio 2004. Con l’adesione di dieci nuovi Stati membri all’Unione europea, quest’ultima inizia a riflettere quasi in maniera completa sulla diversità del Continente. Comincia a farsi realtà il sogno tante volte invocato da Giovanni Paolo II (non sottolineeremo mai abbastanza il suo contributo alla realizzazione di questo sogno) sin dall’inizio del suo pontificato, che allora appariva tanto remoto: l’Europa deve respirare con i suoi due polmoni. Con questa adesione, e con quelle che probabilmente seguiranno, molto più difficile risulterà il ripetersi dei conflitti nazionali che hanno caratterizzato il passato dell’Europa e che, nel caso dei Balcani, sono arrivati fino ai nostri giorni. Il Portogallo ha aderito alla Comunità europea diciotto anni fa. Al pari dei nuovi Stati membri, è sempre appartenuto all’Europa per la sua cultura, ma è rimasto in disparte all’inizio del processo di questa esperienza di unificazione a motivo del regime istituzionale allora vigente. Quell’adesione ha contribuito in maniera significativa al consolidamento e al rafforzamento delle istituzioni democratiche e all’incremento dello sviluppo economico e sociale (non senza difficoltà, come quelle che colpiscono il settore agricolo, per esempio). Due possono essere le prospettive dalle quali un portoghese affronta l’adesione dei nuovi Stati membri. In una visione ristretta degli interessi nazionali a breve termine, si evidenzierà il fatto che quegli Stati, che hanno livelli di sviluppo inferiori a quelli del Portogallo (anzi, ancora lontani da quelli della media europea), hanno avuto maggiore facilità nel canalizzare i sussidi dei fondi europei destinati allo sviluppo delle regioni più povere. D’altra parte, gli stessi Paesi rappresentano dei concorrenti nella gara per attirare investimenti stranieri, godendo di posizioni geografiche più centrali e avendo a disposizione una mano d’opera qualificata e a costo inferiore. In una visione caratterizzata da orizzonti più ampi rispetto agli interessi particolari del Portogallo, quest’ultimo beneficia dell’opportunità che ora si apre, con l’emergere di una zona allargata di scambi economici, sociali e culturali pacifici senza precedenti nella storia. Per un altro verso, non sarebbe giusto negare ad altri le opportunità che da sempre reclamiamo per noi stessi. In occasione dell’adesione di Portogallo, Grecia e Spagna, cominciò ad affermarsi l’idea che la Comunità europea cessava di essere quel “club dei ricchi” che era stato fino a quel momento. Con le nuove adesioni, quest’idea si fa spazio con maggiore nitidezza, diventando più accentuata che mai la differenza di sviluppo economico e sociale tra i vari Stati membri. L’obiettivo di superare tale dislivello costituisce una chiara sfida alla concretizzazione di quello spirito solidale che ha sempre animato i “padri” fondatori del progetto europeo. L’impatto culturale dell’adesione per i nuovi Stati membri può trovare un qualche parallelo anche con ciò che si è verificato – e tuttora si verifica – in Portogallo. L’adesione all’Unione europea costituisce per questi Paesi, come fu per il Portogallo, un passo decisivo del loro ingresso nella cosiddetta “modernità”, con tutti gli aspetti positivi (libertà, apertura, creatività, efficienza) e negativi (secolarismo, edonismo, consumismo) che le vengono normalmente associati. Affinché guadagnino rilievo gli aspetti positivi più di quelli negativi, sarà decisivo che, come ha osservato Giovanni Paolo II in relazione al caso della Polonia, i popoli che adesso aderiscono all’Unione europea non si limitino a ricevere passivamente le influenze esterne, ma diano essi stessi all’Europa ciò che hanno di meglio, i valori che in essi permangono vivi (e che la sofferta esperienza storica recente ha contribuito a consolidare), quel “supplemento d’anima” che tanto manca all’Europa. Pedro Vaz Pato magistrato – Lisbona