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Parrocchie "multicolori"” “” “

Parigi e Poitiers, l’esperienza delle "comunità di prossimità"” “” “

Le parrocchie cattoliche “multicolori” dei quartieri popolari di Parigi, come luoghi di “riconciliazione e autentica comunione attraverso le differenze”; “testimoni di Cristo” e “modelli di cittadinanza nelle periferie”. Uno scenario possibile, secondo il teologo gesuita ETIENNE GRIEU, a patto che vengano rispettate talune condizioni. Presentiamo alcuni stralci della sua riflessione ospitata dal numero di aprile della rivista di cultura contemporanea “Études”. UNITI IN UN PROGETTO COMUNE? “Nelle parrocchie della periferia parigina – annota Grieu – le assemblee presentano spesso vivaci colori: vi partecipano famiglie originarie da Antille, Africa, Vietnam, Portogallo, India e Sri-Lanka” e sono contrassegnate da un’alta percentuale di giovani. Una presenza che, “se fosse duratura, comporterebbe importanti mutamenti per la Chiesa cattolica di Francia” allargandone “la base sociologica verso gli strati popolari”. In tale prospettiva, per il teologo, la comunità ecclesiale “potrebbe offrire un contributo alla sfida sociale e politica” dell’integrazione. “Arriverà la Chiesa a divenire uno dei luoghi nel Paese in cui le diversità culturali possano andare oltre il semplice passarsi accanto” per “congiungersi in un progetto comune?”, è l’interrogativo posto dal gesuita. E se ciò avverrà, “l’innesto sarà destinato a mettere radici” o si dovrà assistere “a breve o medio termine” ad “una diserzione progressiva degli immigrati dalla Chiesa stessa?”. Grieu non si nasconde che “gli ostacoli ad una reale integrazione in seno alla comunità ecclesiale sono numerosi”. URGENZA E RADICALITA’ DELLA FEDE. “Qui la Messa è triste” affermano in generale gli africani; gli asiatici, “da parte loro, non si sentono sempre a proprio agio con la figura più ‘fraterna’ che ‘paterna’ che da noi rappresenta il prete”. “Se non si sentono pienamente accolte – avverte Grieu -, le religiosità tradizionali si rifugiano nella sfera privata, rischiando così di non essere evangelizzate”. E ancora: “questi cristiani” potrebbero “mettere in discussione il nostro modo, talvolta un po’ assopito, di vivere la fede” richiamandoci “all’urgenza e alla radicalità dell’impegno cristiano”. “Alle comunità cattoliche”, allora, “il compito di chiedersi come onorare questa attesa”. “Attraverso l’accoglienza dei nuovi arrivati, la Chiesa” si pone la questione “di come interpretare il ‘vivere insieme’, tessuto stesso della comunità” e, al tempo stesso, “di quale nuova dinamica ecclesiale sia resa possibile dalla loro presenza”. Per Grieu, “ogni volta che una Chiesa accoglie, essa è chiamata a fare “ritorno alle proprie sorgenti”. Alla Chiesa, rimarca il gesuita, “mancano luoghi aperti agli abitanti delle città, che consentano relazioni autentiche nelle quali gli uni possano ascoltare gli altri, esprimere le proprie preoccupazioni, sostenersi nei momenti difficili – così numerosi per i nuovi arrivati! -, istruirsi vicendevolmente nella fede, pregare, ascoltare la “buona novella” del Vangelo, accogliere i nuovi membri, essere attenti ai dimenticati, partecipare alla vita dei quartieri”. E ciò, secondo Grieu, “non può avvenire se non in ‘luoghi intermedi’, a livello di isolato o di caseggiato, dove i cattolici di diverse origini si ritrovano per dei momenti di convivialità e di fervore complementari alla celebrazione eucaristica della domenica”. COMUNITA’ DI PROSSIMITA’. Un’iniziativa da cui attendersi un duplice frutto: “una comunione fondata sulla condivisione della Parola di Dio e un radicamento nelle realtà locali, al cui interno a poco a poco gli appelli del Vangelo potranno essere distinti e accolti”. Grieu si dice convinto che “a partire da questo tipo di iniziativa potrà nascere una Chiesa multiculturale”, ma “per durare nel tempo, tali esperienze hanno bisogno di essere rese permanenti e oggetto di istituzione”. Riferendosi all’esperienza della diocesi di Poitiers, Grieu auspica “l’istituzione di ‘comunità di prossimità'” unitamente “alla definizione di responsabilità e ministeri”. Occorre “promuovere una o più figure di ministri capaci di animare e accompagnare nella fede le comunità a questo livello intermedio; questione davvero urgente per il futuro della Chiesa cattolica sul terreno della multiculturalità”. “Le parrocchie cattoliche – è la conclusione del teologo – costituiscono uno dei rari luoghi , nelle periferie, di crogiolo culturale su base volontaria; vi si respira un’aria di apertura e libertà apprezzate dai nuovi arrivati”. “Quando si impegnano sul cammino dell’autentica comunione attraverso le differenze, esse offrono, in quanto gruppo sociale, un modello di ciò che potrebbe essere la cittadinanza nelle periferie” ma, al tempo stesso, “parlano di una riconciliazione promessa, al di là di quanto ci può rendere diffidenti gli uni verso gli altri; e, in questo senso, sono testimoni della prossima venuta di Cristo “.