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Che cosa abbiamo da dire?” “” “

Est ed Ovest d’Europa il primo maggio torneranno insieme. A livello di Chiesa cattolica siamo già una famiglia, anche se si sente che siamo due tradizioni, culture e storie differenti. Il fatto che al pellegrinaggio, organizzato dalla Comece a Santiago de Compostela dal 19 al 21 aprile, abbia partecipato una rappresentanza ecumenica ci ricorda che questa Europa va costruita insieme. Da parte orientale avvertiamo i timori dell’incontro con la cultura occidentale e secolarizzata. Essere qui insieme può essere un contributo a superare queste paure. Camminare insieme alla ricerca delle radici cristiane dell’Europa è un radicarsi nel passato per costruire il futuro con ottimismo e fiducia. Ci sono segnali nell’aria che dicono che forse si può riandare a riscoprire l’essenzialità del cristianesimo perché le domande sono evidenti. I fondamentalismi che hanno colpito l’Europa ci fanno chiedere chi siamo, cosa abbiamo da dire al mondo, se è vero che il cristianesimo offre una certa visione dell’uomo, della libertà. Anche il dibattito sul Trattato costituzionale, le radici cristiane, il ruolo della chiesa e delle comunità religiose è stato molto interessante ma molto doloroso. L’aspetto più doloroso è che quando si parla di cristianesimo sembra ci sia una ignoranza su cosa esso sia veramente. È come se si trattasse solo di dividersi dei privilegi oppure fare torto alla laicità o alle altre religioni. Ma è questo il cristianesimo? Se noi andassimo più in profondità ci renderemmo conto che il cristianesimo si fonda su una sana laicità e sull’aspirazione a dare spazio anche ad altre religioni. Anche i dibattiti di questi tempi sul terrorismo e sul film “The passion”, non saranno allora un invito per noi a riscoprire cos’è il cristianesimo? Durante il pellegrinaggio a Santiago il primato non è stato tanto al parlare quanto all’andare, al pregare insieme. La domanda sulla convivenza c’è e il terrorismo la pone in maniera drammatica. Oggi sarebbe giusto riscoprire il cristianesimo non in antitesi o in contrapposizione all’islam. Altre domande meno teorizzate riguardano invece il senso della vita. Come ad esempio le drammatiche cifre dei suicidi in Svizzera. Dobbiamo lavorare insieme per cercare una risposta seria. Se rispettiamo quello che gli altri hanno da dirci il cristianesimo può diventare un contributo immenso. Esso ha portato regole di convivenza che sono novità assolute, tra cui quella di porre la realtà del perdono al culmine della vita sociale. Allora ben vengano tutti quelli che hanno qualcosa da dire di profondo, buddista o musulmano che sia. Se invece si rimane banali, superficiali, senza raggiungere queste domande allora tutto si ferma ad un discorso politico o economico. Va bene partire dall’economia per costruire l’Europa ma deve essere una economia capace di solidarietà, di libertà, di giustizia. Se l’Europa, con più di 500 milioni di cristiani fosse pensata secondo questi criteri, non ci sarebbe nemmeno bisogno che il Papa e i vescovi ne parlassero nel magistero o nei convegni. Questo è un momento storico importante per dire che noi cristiani abbiamo un grandissimo dono tra le mani, e dobbiamo trovarci oggi per dire cosa significa per noi questo dono. Certo, c’è molta gente che non si interessa per niente dell’Europa, che la sente lontana. Abbiamo il compito di rendere la gente cosciente del proprio protagonismo europeo. Ma constatiamo anche come si stia lentamente creando una rete cattolica di amicizie europee tra Conferenze episcopali, diocesi, movimenti ed associazioni: è una potenzialità da sfruttare di più. Esiste già un piccolo popolo cattolico europeo che va al di là delle frontiere nazionali, ma è un po’ nascosto. Allora dovremmo prendere un po’ più sul serio l’invito evangelico a mettere la luce sopra il monte.