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I cinque "sogni" del Papa” “” “
“Un’Europa senza nazionalismi egoistici, in cui le conquiste della scienza, dell’economia e del benessere sociale stanno al servizio di ogni uomo; un’Europa la cui unità si fonda sulla vera libertà, unita grazie all’impegno dei giovani. Un’Europa unita non solo politicamente ma soprattutto spiritualmente, nella quale i politici cristiani di tutti i Paesi sono al servizio di tutti per un’Europa dell’uomo, sul quale splenda il volto di Dio”. Questo è “il sogno” che Giovanni Paolo II “porta nel cuore” rivelato lo scorso 24 marzo nel momento di ricevere il premio internazionale “Carlo Magno” della città di Aquisgrana per il suo impegno a favore dell’Europa. Un sogno lungo e articolato che il Sir ripropone unendo ai cinque pensieri (o sogni) del Pontefice (in neretto) altrettanti brevi commenti. “Penso ad un’Europa senza nazionalismi egoistici, nella quale le nazioni vengono viste come centri vivi di una ricchezza culturale che merita di essere protetta e promossa a vantaggio di tutti”. “No ai nazionalismi, no allo sradicamento, sí a un sano patriottismo. Come lo Stato non può sostituire quella cellula essenziale che è la famiglia, per un sano sviluppo dei singoli è molto importante vivere anche in seno di una patria ricca della propria storia, cultura e tradizioni. Bisogna per questo essere consapevoli della eredità e della responsabilità nello sviluppare i sacrifici e gli sforzi delle generazioni che ci hanno preceduto. Ma l’amore per la propria terra e per il proprio Paese non deve diventare esaltazione nazionalistica. L’Europa non é una nazione, é la famiglia delle nazioni, composta da diverse culture nazionali che compongono il patrimonio culturale europeo. L’integrazione sarebbe dannosa se sopprimesse lo sviluppo delle singole culture nazionali, specie quello dei Paesi più piccoli”. (Marian Gavenda, portavoce conferenza episcopale della Slovacchia) “Penso ad un’Europa nella quale le conquiste della scienza, dell’economia e del benessere sociale non si orientano ad un consumismo privo di senso, ma stanno al servizio di ogni uomo in necessità e dell’aiuto solidale per quei paesi che cercano di raggiungere la meta della sicurezza sociale. Possa l’Europa, che ha sofferto nella sua storia tante guerre sanguinose, divenire un fattore attivo della pace nel mondo!…” “Noi europei possiamo essere contenti dell’economia che abbiamo costruito? Pensando a ciò che è accaduto dal 1500 al 1820, con una crescita economica del 56%, e del 1.500% da allora ad oggi, potremmo dire di sì. Ma le parole di Giovanni Paolo II ci dimostrano, invece, che questa soluzione del problema economico è solo apparente. Se questa ricchezza si orienta, come dice il Papa, ad un consumismo privo di senso, poco si può fare. L’Europa non può rimanere a contemplare con indifferenza la fame e le carenze di ogni tipo nel resto del mondo. Da quando è ricca subisce la tentazione di non essere più solidale. Fino a quando il Trattato di libero commercio con il Nord Africa? Fino a quando una moltitudine di imprese europee continueranno ad inserire fattori di corruzione nei Paesi africani? Fino a quando si eviterà di risolvere in Europa molti problemi legati all’immigrazione? Solo superando tutto ciò l’Europa potrà essere soddisfatta, perché allora, come auspica il Papa, si sarà ‘convertita in un fattore attivo di pace nel mondo'”. ( Juan Velarde Fuertes, economista, docente all’Università Complutense Madrid, Spagna) “Penso ad un’Europa la cui unità si fonda sulla vera libertà. La libertà di religione e le libertà sociali sono maturate come frutti preziosi sull’ humus del Cristianesimo. Senza libertà non c’è responsabilità: né davanti a Dio, né di fronte agli uomini. Soprattutto dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa vuole dare un ampio spazio alla libertà. Lo stato moderno è consapevole di non poter essere uno stato di diritto se non protegge e promuove la libertà dei cittadini nelle loro possibilità di espressione sia individuali che collettive”. “L’osservazione del Papa è tanto più condivisibile quanto più veicola un concetto altamente provocatorio: quello in base al quale l’identità europea non è frutto della modernità, come molti sostengono, ma della sua matrice-radice cristiana sulla quale la modernità si è innestata dando ulteriormente frutto. L’identità cristiana in questo contesto significa fondamentalmente il riconoscimento della autonomia della dimensione temporale rispetto a quella spirituale, della Chiesa rispetto allo Stato. Autonomia che però non avalla né giustifica alcune forme di laicismo estremo oggi tornate prepotentemente di moda che pretendono di privatizzare radicalmente ogni esperienza religiosa, come se questa fosse pericolosa per un ordine pubblico secolare. È vero piuttosto il contrario, che qualunque ordine pubblico secolare nella sua autonomia ha bisogno di un fondamento di valori quale soltanto un orientamento religioso può adeguatamente garantire. La religione quindi non è né premoderna né postmoderna ma un dato costitutivo dell’identità umana in generale”. (Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione giuristi cattolici italiani) “Penso ad un’Europa unita grazie all’impegno dei giovani. Con tanta facilità i giovani si capiscono tra di loro, al di là dei confini geografici! Come può nascere, però, una generazione giovanile che sia aperta al vero, al bello, al nobile e a ciò che è degno di sacrificio, se in Europa la famiglia non si presenta più come un’istituzione aperta alla vita e all’amore disinteressato? Una famiglia della quale anche gli anziani sono parte integrante in vista di ciò che è più importante: la mediazione attiva dei valori e del senso della vita”. “Giovanni Paolo II esorta le giovani generazioni a tener presente il vero e il buono. Egli stesso rappresenta il miglior esempio possibile di ciò. Questo Papa ha dedicato il suo pontificato ai giovani più di ogni altro. Le Gmg ne rappresentano il segno più evidente. I giovani del mondo sono grati al Papa per il dono delle Giornate mondiali dei giovani, che trasmettono valori e trattano i temi della fede in modo semplice e con la “leggerezza” auspicata dal Papa. Giovanni Paolo II invita i giovani del mondo a vivere con quella stessa leggerezza. Non si tratta di “superficialità” ma di una leggerezza “profonda”. In tal modo, il Papa si aspetta molto dai giovani. Ma poiché ha fiducia nei giovani, li considera conseguentemente “costruttori di una nuova civilizzazione dell’amore e della giustizia”. E come tali, i giovani partecipano alla costruzione di un’Europa unita. I molteplici incontri giovanili nel mondo e le grandi Gmg, in cui il lavoro di costruttori acquista visibilità, sono per così dire la malta nel cantiere Europa. O, in altre parole: senza i giovani non si può far niente. E lo crede anche il Papa”. (Matthias Kopp, portavoce della XX Giornata mondiale della Gioventù, Colonia 2005) “L’Europa che ho in mente è un’unità politica, anzi spirituale, nella quale i politici cristiani di tutti i Paesi agiscono nella coscienza delle ricchezze umane che la fede porta con sé: uomini e donne impegnati a far diventare fecondi tali valori, ponendosi al servizio di tutti per un’Europa dell’uomo, sul quale splenda il volto di Dio”. “Mi pare molto importante questo richiamo del Papa a non separare politica e spiritualità: egli vede necessaria questa unità nell’impegno dei politici cristiani, da cui si aspetta che mettano in opera le ricchezze umane che la fede porta in sé. Nella difesa della dignità umana il Pontefice ricorda spesso con forza i limiti da non travalicare; con più forza ancora sottolinea nel discorso in occasione del conferimento del premio internazionale straordinario Carlo Magno della Città di Aquisgrana, il valore della fede come elemento positivo per arricchire l’impegno anche di chi lavora in ambito politico. Spesso il Papa, in riferimento al processo di integrazione europea e della stesura del trattato costituzionale, ha parlato della necessità di riconoscere per l’Europa la giusta posizione delle grandi religioni e in particolare del cristianesimo: questo retaggio ha contribuito alla configurazione culturale e morale del nostro Continente. Non si tratta di un appello all’integralismo o alla concorrenza con altre religioni, ma a tener conto e mettere in opera le ricchezze della propria fede. E in definitiva, se Dio non è Padre, noi non siamo fratelli: la paternità di Dio è perciò il fondamento per una vita comune in Europa”. (Mons. Amédée Grab, vescovo di Coira, Presidente Ccee)