kosovo" "

L’Europa non si assenti” “

L’appello delle Chiese ” “per porre fine alle violenze” “” “

È stata la tragica fine di tre bambini albanesi, annegati nell’Ibar, fiume che divide la città di Kosovksa Mitrovica, a scatenare i disordini in Kosovo che, dal 17 marzo, hanno provocato, secondo l’Onu, 31 vittime e 500 feriti. A spingerli nel fiume, secondo il racconto di un quarto bambino superstite, sono stati alcuni ragazzi serbi che li avrebbero inseguiti con un cane. Il fatto ha scatenato la reazione albanese: 280 le case serbe bruciate, 30 le chiese e i monasteri ortodossi dati alle fiamme, altri 11 danneggiati, 163 gli arrestati dalla polizia internazionale, tutti dimostranti ritenuti colpevoli di reati commessi durante i disordini (incendio doloso, furto, danneggiamento o violazione del coprifuoco). Gli incidenti si sono estesi anche in altri centri della Regione. Centinaia di serbi sono stati fatti evacuare dai caschi blu dell’Onu e dai soldati della Forza multinazionale (Kfor). In una dichiarazione, a nome dell’Ue la Presidenza Irlandese ha condannato gli scontri, affermando che “l’immediata priorità consiste nel riportare la calma e creare un Kossovo sicuro, democratico, multietnico e con un posto in Europa”. “Ritornare sulla strada della convivenza e del rispetto reciproco”. “La giustizia e il diritto naturale da una parte, Dio e il diritto divino dall’altra, chiedono che in questo momento di odio e violenza si calmi il linguaggio della passione e si torni a parlare la lingua della pace e della ricerca attiva della civiltà dell’amore”: è uno dei passaggi centrali del messaggio diffuso nella serata del 18 marzo dai vescovi cattolici di Serbia e Montenegro, mentre in diverse località del Paese, a partire dalla “polveriera” del Kosovo, erano in corso gravi incidenti di piazza tra serbi e albanesi. “Sentiamo profondo dolore per questi eventi – prosegue il messaggio dei vescovi cattolici – che hanno provocato lutti, feriti, violenze e distruzioni. Siamo anche vicini alla Chiesa ortodossa serba e alla comunità islamica, per la distruzione delle cose sante in atto. Chiese e moschee – sottolinea il comunicato – sono luoghi che superano le categorie umane, perché rappresentano simboli delle fedi, luoghi di preghiera e centri di valori che non passano e che aiutano sul cammino della civiltà dell’amore”. I vescovi serbi sottolineano che le chiese e le case bruciate e distrutte “rappresentano atti da condannare con fermezza perché distruggono anche la possibilità di tornare sulla via della convivenza e del rispetto reciproco”. Infine un appello alle autorità, nazionali e internazionali, perché si adoperino per “trovare una soluzione pacifica per questo e per gli altri gravi problemi del nostro Paese”.Rischio di nuova “pulizia etnica” . Un “appello agli Albanesi in Kosovo e Metohija e ai loro leader per fermare i gesti insani, per la loro salvezza e la salvezza del loro futuro” è stato lanciato anche dalla Chiesa ortodossa serba, in occasione della convocazione della sessione straordinaria del Santo Sinodo dei vescovi. Nel testo si sottolinea che “la violenza, l’ingiustizia e l’odio non hanno mai portato nulla di buono a nessuno”. Rivolgendosi ai fedeli ortodossi del Paese, i vescovi invitano a una “preghiera più intensa perché torni a regnare la pace tra di noi e nel mondo intero”. Il messaggio prosegue ricordando che “durante questi tempi turbolenti, ciascuno dovrà evitare ogni forma di insensata e folle vendetta, quali quelle commesse da persone imprudenti contro moschee in Belgrado e Nish. Dobbiamo difenderci dal male e dal fare il male, ma non in una maniera disumana, oppure – Dio ci perdoni – compiendo a nostra volta atti brutali”. I vescovi ortodossi deplorano nel loro documento le continue violenze in corso, nonostante la presenza delle truppe della Kfor, dal 1999 fino a oggi. Ricordano che tali devastazioni si sono particolarmente manifestate nei confronti di chiese e monasteri, oltre che verso le case e proprietà della minoranza serba. Nel testo si parla di “pulizia etnica totale pre-pianificata e di distruzione di tutte le tracce spirituali e culturali della presenza cristiana delle popolazioni serbe in Kosovo e Metohija”. Secondo i vescovi ortodossi c’è il rischio che un “atteggiamento passivo delle forze internazionali possa contribuire alla escalation del terrore”.La solidarietà delle chiese cristiane. In un “telegramma di sostegno” alla Chiesa serba, la Chiesa ortodossa greca ha espresso la “sua inquietudine profonda” per la situazione in Kosovo e ha detto di essere “pronta a dare tutto l’aiuto possibile al popolo del Kosovo e alla Chiesa serba”. Anche il Consiglio ecumenico delle Chiese (cec) ha fatto pervenire una lettera a Sua Santità Pavle, patriarca ortodosso di Serbia. Le Chiese e le comunità religiose – scrivono Samuel Kobia e Keith Clements – “devono rifiutare ogni tentativo, da qualunque parte esso venga, di utilizzare la religione come fattore di conflitto” e devono lottare contro ogni “nuova ondata violenta di intolleranza ed estremismo”. Il Cec esprime dolore “per questo riaccendersi del conflitto che non infligge solamente sofferenza ma rischia di creare nuove difficoltà per il processo di pace nel Kosovo e nella Regione”.