TURCHIA" "
Dai fedeli caldei un gesto di solidarietà nato da un fatto di sangue” “” “
L’attentato del 20 novembre 2003 a Istanbul (il secondo dopo quello del 15 alla sinagoga), contro il Consolato britannico ha impedito alla locale Comunità caldea cattolica di celebrare il Natale e probabilmente anche la prossima Pasqua. Gravi, infatti, sono i danni riportati dalla vicina Chiesa caldea a causa dell’esplosione. A tre settimane dalla Pasqua la corrispondente del Sir da Istanbul, Aylin Kiziler, ha incontrato l’arcivescovo caldeo di Istanbul, mons. Paul Karatas che ha ripercorso i giorni dell’attentato e le conseguenze materiali e morali che ha provocato. Ne emerge una testimonianza di fede e di solidarietà che non si conosceva: i soldi raccolti per ricostruire la chiesa distrutta sono stati devoluti alle vittime del terremoto in Iran dello scorso 26 dicembre 2003. Cosa ricorda di quel giorno? “Ho sentito una grande scossa ritrovandomi a terra. Ho pensato ad un terremoto e pregavo Dio. Mi sono alzato per andare verso la porta ma questa, così come le finestre, era stata divelta. La stanza era invasa dal fumo e tutti nella casa sono stati presi dal panico. Sono sceso subito in chiesa e lì ho pianto nel vedere che tutto era distrutto”. Chi c’era con lei? “Al piano inferiore si trovava il vicario generale dei caldei turchi, padre Francesco, intento ad incontrare delle persone. Anche lui è caduto a terra. La porta esterna della casa, del peso di una tonnellata e mezza, era tutta spaccata dall’esplosione”. Pasqua sta per arrivare. A che punto sono i lavori di recupero della Chiesa? “Abbiamo fatto molte richieste di aiuto per ricostruire la Chiesa, ricevendo risposte positive. Ma in seguito al terremoto in Iran, d’accordo con i nostri benefattori, abbiamo deciso di utilizzare il denaro per aiutare le vittime del sisma. Al momento siamo sostenuti dalla Caritas Turchia. Le riparazioni vengono effettuate quando abbiamo dei soldi da spendere”. Ricevete aiuto dalla vostra comunità di fedeli? “La nostra comunità turco-caldea è composta da 100 famiglie. Poco prima dell’attentato avevamo, con il loro contributo, ristrutturato il nostro centro parrocchiale. Oggi è diverso. Molti fedeli vengono e piangono quando vedono la loro Chiesa ridotta così”. Dove celebrate le Messe? “Nella parrocchia di Sant’Antonio, nella cripta. Dopo la bomba mi sono trasferito per 20 giorni negli alloggi della parrocchia, perché i nostri erano inagibili per i danni ricevuti. Ma la cosa più grave è che non siamo in grado di continuare le nostre attività pastorali e di catechesi”. Dopo questi attentati è cambiato qualcosa nel rapporto tra le religioni nel Paese? “Il terrore è intollerabile. Ma mi domando: anche noi abbiamo delle colpe? Se tutti apprezzassero il messaggio di pace e di amore tipico della propria fede le persone commetterebbero ancora tali azioni? Sono molto riconoscente ai leader spirituali che mi hanno fatto visita e testimoniato il loro affetto: il patriarca ecumenico Bartolomeo, quello armeno Mesrob II, il Gran Rabbino Isak Haleva che pure aveva avuto la sinagoga colpita dalle bombe. Tutti sono venuti sul luogo della tragedia per vedere la follia umana”.