SERBIA E MONTENEGRO" "
In dieci anni il tasso di povertà è passato dal 2% al 21%” “
“All’inizio degli anni ’90, la Serbia e Montenegro, insieme con le repubbliche dell’ex-Iugoslavia, aveva tutti i requisiti per assicurarsi il passaggio alla moderna economia di mercato e a una società democratica con molte meno tensioni”, si legge in apertura del Rapporto di Caritas Serbia sulla povertà nella regione, ma un calo drammatico del prodotto interno lordo, l’isolamento internazionale, le sanzioni penali ed economiche e poi i bombardamenti del 1999 con l’arrivo di circa 700.000 profughi in Serbia, hanno portato l’intera regione in una situazione di grande povertà”. Secondo le stime della Banca Mondiale, il tasso di povertà è passato dal 2% della popolazione del 1988 al 21% nel 1998, colpendo le fasce deboli (anziani, bambini, disoccupati e operai d’industria). Lo Stato riesce a offrire un’assistenza sociale (50 euro al mese per membro del nucleo famigliare) a circa 650.000 persone, su una popolazione di 10.651.000, di cui il 24% disoccupata. Le conseguenze della povertà. La povertà denuncia il Rapporto di Caritas Serbia lascia molte conseguenze micidiali; in primo luogo la corruzione a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, ma in particolare nei settori della sanità, istruzione, giustizia e polizia. Questo, oltre a minare la possibilità della crescita di un nuovo stato democratico, accresce il divario sociale e scoraggia gli investimenti stranieri. Una seconda piaga è quella del traffico delle persone umane, con conseguente proliferazione della criminalità organizzata e “l’annientamento dei diritti umani”. Sul piano sociale sono soprattutto i giovani il gruppo che più sta soffrendo di questa situazione, per la dilagante disoccupazione e per il crollo dei valori familiari. Un ragazzo/a su 4 cresce in una famiglia mono-parentale, perché spesso uno dei due genitori è emigrato alla ricerca di lavoro e si è formato una nuova famiglia. La Caritas denuncia una diminuzione del numero di matrimoni e di fecondità nelle giovani generazioni, ma sono soprattutto i “comportamenti deviati” che suscitano maggiori preoccupazioni: il 26.4% delle ragazze ha una gravidanza in adolescenza, e il 22.3% è costretta all’aborto. L’uso delle sostanze stupefacenti inizia in media intorno ai 13 anni; l’uso di alcool a 12 anni. Le priorità: giovani, anziani, malati e famiglie numerose. Ed è proprio il lavoro con i giovani uno dei principali ambiti di impegno della Chiesa in Serbia. La parola d’ordine è “formazione”. Ma anche il consolidamento di rapporti istituzionali tra Chiese e Stato, che porti alla elaborazione di norme istituzionali sulla libertà religiosa, sul riconoscimento legale dell’azione caritativa delle Chiese, sulla restituzione dei beni, e l’avvio di collaborazioni a livello regionale, per condividere le risorse e le esperienze. Tra le priorità, anche gli anziani, i malati e le famiglie numerose, che vivono una situazione molto drammatica. Servono aiuti per l’auto-sviluppo del popolo serbo. “Il 60% dei giovani serbi vorrebbero lasciare il Paese – spiega al Sir mons. Stanislas Hocevar, arcivescovo di Belgrado -, e questo per noi è un grande dramma. Intendiamo fare tutto il possibile perché rimangano”. La Chiesa serba sta infatti studiando con le Caritas dei Balcani e il Catholic relief service (una organizzazione caritativa statunitense) di creare una rete di collaborazione per cercare le vie d’uscita da questa situazione. Certo, ammette mons. Hocevar, “non appartenere all’Unione europea non ci aiuta. Pensavamo che con il Patto di stabilità si potesse fare qualcosa, invece non si vedono i risultati. Con l’allargamento l’attenzione è altrove, molti non sanno che in Serbia e Montenegro ci sono cattolici che potrebbero impegnarsi attivamente nel lavoro sociale”. Tra le iniziative, ad esempio, la Chiesa serba ha avviato un servizio per il reinserimento sociale di bambini senza genitori o senza cittadinanza perché nati in Bosnia e Croazia ma di nazionalità serba. Tra i mali denunciati dal Rapporto Caritas vi è anche la corruzione, conseguenza della povertà e della disoccupazione. “La gente non vede futuro allora per sopravvivere iniziano devianze di questo tipo commenta l’arcivescovo -. Una soluzione può essere quella di avvicinare le persone alla dottrina sociale della Chiesa, che qui purtroppo non è conosciuta. Stiamo pensando a come responsabilizzare le persone, visto che nei Paesi dell’Est è più accentuata la dimensione spirituale e meno quella sociale”. L’appello alle altre Chiese europee è di “aiutarci a sviluppare la Caritas non solo in senso assistenziale ma con programmi di auto-sviluppo, in modo da creare occupazione e poter poi aiutare gli altri. Mancano iniziative di questo tipo e non se ne vedono ancora le possibilità con i cambiamenti politici attuali”. (le elezioni si sono svolte il 28 dicembre scorso con la vittoria del partito radicale serbo di Seselj e del partito socialista di Milosevic, entrambi detenuti all’Aja con l’accusa di genocidio e crimini di guerra, ndr).