FRANCIA

Il linguaggio dei cristiani” “

Il rischio di una ‘lingua morta’ che molti non capiscono più” “

Quale cristianesimo di fronte alle sfide poste dallo sviluppo del pluralismo religioso? Se ne è parlato nei giorni scorsi in una tavola rotonda promossa a Roma, nell’ambito del secondo “Incontro sull’edizione religiosa in Francia”, dal Centro culturale Saint-Louis de France, dall’Istituto patristico Augustinianum e da “Présence du livre français” (organismo di promozione dell’editoria francese.) “Il linguaggio dei cristiani è sul punto di diventare una ‘lingua morta’ che molti non capiscono più” rileva il filosofo Arnaud Corbic, convinto che oggi occorra “un linguaggio rinnovato, ancorché fedele allo spirito del Vangelo” ma, soprattutto, occorra “imparare a parlare di Dio in termini di desiderio, riscoprendolo nella vulnerabilità dell’Incarnazione che, paradossalmente, costituisce la sua forza”. Il coraggio di rischiare. “La vulnerabilità di Dio scelta per amore dal Figlio – prosegue Corbic -, è la forza dell’amore infinito capace di perdonare e di rialzare instancabilmente l’uomo dalle sue cadute. Un Dio non al di sopra di noi, ma insieme a noi nel cammino della storia”. Proposta che, per essere credibile ai nostri giorni, richiede “decisione, coraggio, chiarezza e, innanzitutto, una conversione profonda da parte dei cristiani e della Chiesa”. Un passaggio obbligato perché “se la fede non avrà l’animo di ‘rischiare’, il cristianesimo morirà”. La “debolezza” di Dio. New Age negli anni ’60; fascino dell’Oriente ed in particolare dell’India negli anni ’70; dal decennio successivo diffusione del buddismo: Monique Hébrard, giornalista de “La Croix”, sintetizza così l’evoluzione della ricerca spirituale degli ultimi anni nel mondo occidentale. “Dal 1958 al 1974 – afferma – coloro che si definiscono praticanti cattolici sono scesi in Francia dal 35% al 14% della popolazione; oggi sono l’8%”. “Vi è stato un rifiuto delle religioni – aggiunge – ma si avverte dappertutto un’energia divina”. Come spiegarsi che “da qualche anno, oltre duemila giovani adulti francesi hanno chiesto il battesimo?”. Di qui l’inchiesta (pubblicata nel 2003) che Hébrard ha condotto tra questi “nuovi convertiti” dalla quale emerge che “il cristianesimo risponde al bisogno di sentirsi amati, è religione di libertà, aiuta a costruire una propria identità e ad impostare l’esistenza su basi solide, dà senso al presente e speranza per l’avvenire”. Sulla stessa linea di Corbic, “la carta vincente del cristianesimo è l’Incarnazione – ribadisce Hébrard –; è il Dio ‘umano’ e vulnerabile affermato da Bonhoeffer, Chenu, Clément; il Dio che soffre, conosce il tradimento e la morte” e per il quale “è del tutto legittimo il desiderio di felicità costitutivo della natura umana e motore della vita”. Questo “è il Dio che la Chiesa deve ‘vivere’ e annunciare oggi”.Talitha Koum! Per padre Patrice Gourrier, vicario parrocchiale a Poitiers, cappellano universitario, e cofondatore del movimento spirituale “Talitha Koum”, non si tratta di “reinventare il cristianesimo, ma di rifondarlo”. In risposta al “‘malessere francese’ per il quale, secondo una ricerca dell’Accademia di medicina, i francesi tra i 25 e i 35 anni sono i primi consumatori in Europa di antidepressivi, alcol e droga”, Gourrier ha fondato nel 2000 a Poitiers “Talitha Koum”, movimento spirituale che, prendendo il nome dalle parole con cui Gesù ha risuscitato la figlia di Giairo, “Fanciulla, alzati!”, propone “un cammino spirituale, imperniato sulla saggezza dei Padri del deserto, verso la pace interiore”. “Niente di nuovo – precisa -; non abbiamo fatto che rivitalizzare e riproporre una tradizione che era stata ‘dimenticata’”. Tradizione sempre nuova. No ad un “‘nuovo cristianesimo’ che rischi di perdere la memoria” poiché “è nella tradizione che affondano le sue radici” e la tradizione “non è ripiegamento sul passato, ma fedeltà ad esso in una dimensione di vita continuamente rinnovata dallo Spirito”. Non usa mezzi termini il teologo della Casa Pontificia, card. Georges Cottier, che mette in guardia dal “feticismo del linguaggio legato alle mode che, in quanto tali, passano”. Conta piuttosto “far sì che il pensiero teologico sappia ‘raggiungere’ il pensiero comune: la teologia non deve essere di pertinenza esclusivamente specialistica, ma va incoraggiata a trasmettere i suoi contenuti con chiarezza e semplicità, tali da renderli accessibili a tutti”. Occorre inoltre “valorizzare la Parola di Dio attraverso belle liturgie che sappiano parlare alle persone e rivalutare i testi classici della spiritualità e della mistica cristiana”. Un ruolo centrale spetta al dialogo con i lontani o i seguaci di altre fedi, che presuppone “una piena e ferma consapevolezza della propria identità, unita ad una forte empatia, che è amicizia e accoglienza dell’altro pur senza ignorarne limiti e zone d’ombra”.