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Parmalat, Enron, Vivendi: mancanza di controlli o di formazione morale?” “” “
Il processo di rivoluzione industriale non si ferma. Le dimensioni degli impianti industriali, delle società che forniscono servizi di ogni tipo commerciali, finanziari, di trasporto – aumentano senza sosta. È necessario controllare mercati sempre più ampi, produzioni sempre maggiori, e questo rende possibile l’abbassamento dei costi grazie a una produttività che in tal modo si incrementa verticalmente. Tuttavia, questi aspetti vantaggiosi della grande impresa, le cui dimensioni definitive non sono mai determinabili con esattezza il panorama delle multinazionali gode, in questo senso, di ottima salute -, esigono investimenti importanti, che vanno molto al di là delle capacità materiali dei fondatori. Diventa necessario seguire miriadi di risparmiatori che acquistano le azioni e si convertono, così, in proprietari, giuridicamente parlando, dell’impresa. Una situazione nuova, che ha reso necessaria l’applicazione di un sistema di contabilità fino ad allora monopolio dello Stato: la contabilità di controllo. Qualcuno, particolarmente scrupoloso, che nello Stato è rappresentato dall’Ufficio dei revisori dei conti, dalle tesorerie, dagli ispettorati, dalla Corte dei Conti, doveva assumersi il compito di verificare di fronte al tavolo degli azionisti, che sono i proprietari ma che, con le loro piccole partecipazioni individuali non hanno alcuna intenzione di far parte dei consigli di amministrazione, che questi ultimi dicano la verità. Le implicazioni che ne derivano in vista di un buon funzionamento dei mercati dei beni mobili hanno fatto sì che lo Stato non potesse rimanere indifferente nei confronti di questi meccanismi di controllo contabile, in genere affidati a imprese private specializzate, le quali, per una percentuale importante, operano a livello internazionale. Tuttavia, quasi da un giorno all’altro, si è avuta la sensazione che tutto questo apparato crollasse. Queste entità di controllo, che apparivano incorruttibili e altamente competenti, come è avvenuto per la Arthur Andersen nel caso Enron, non si sono né mostrate competenti né hanno dato l’impressione di agire nell’ambito delle norme di un’etica ispirata alla trasparenza. A partire dal quel momento la catena, il cui anello conclusivo (per ora) è il caso Parmalat, ha cominciato ad allungarsi a dismisura. Imprese di varie parti cominciano a vedersi macchiate nella propria reputazione, come è successo nell’Unione europea con il caso Vivendi o in Francia con il caso della Alstom, in Italia con il caso Parmalat o negli Stati Uniti con il caso Enron. In Spagna, un recente studio della Commissione Nazionale del Mercato dei Beni Mobili mette in evidenza, come riporta la rivista “Expansión” nel suo numero del 10 gennaio 2004, che “nessuna impresa quotata in Borsa soddisfa tutti i requisiti di buona gestione”. Il problema fondamentale potrebbe consistere nel fatto che i valori cristiani, per molte persone, sono andati perduti, e questo fenomeno ha portato con sé il deterioramento dei comportamenti e, di conseguenza, l’insicurezza nel campo affaristico-commerciale. Da un momento all’altro, senza che fosse intenzione di nessuno giungere a tale esito, risulta che l’etica è una buona cosa per il progresso economico o, se si preferisce, che la sua mancanza genera fenomeni di recessione che possono portare anche a gravi crisi. Tenere conto di tutto questo partendo da un punto di vista agnostico non appare affatto un compito facile. Se fosse così, le cose non sembrerebbero poter migliorare. L’unica risorsa consiste nel fare appello al controllo dell’Amministrazione, ma bisogna considerare che questo porta a un aumento delle rigidità, e poiché, come concordano ormai tutti gli economisti, l’interventismo è il padre della corruzione, eccoci di nuovo di fronte al fatto che, in assenza di una seria formazione morale dei cittadini, rimane poco da fare.