La paura della febbre aviaria occupa sempre più spazio sulle colonne dei giornali. Il timore di un’epidemia, che già miete vittime in Asia, si diffonde. A questo tema è dedicato “Uomini e polli” l’editoriale di Bruno Frappat pubblicato sul quotidiano cattolico La Croix del 28 gennaio. “Che cosa c’è di più inquietante oggi della febbre aviaria?” si domanda Frappat che pure pone l’accento sul fatto che “il rappresentante asiatico dell’Organizzazione mondiale della Sanità non ha inzuppato la penna nell’inchiostro della circospezione annunciando che una epidemia di febbre aviaria potrebbe uccidere milioni di esseri umani!”. Il dubbio dell’editorialista è: “l’ha fatto per mettere l’allarme al servizio della prevenzione o perché pensa veramente che il rischio c’è davvero se si resta a braccia conserte?”. Un aspetto inatteso della mondializzazione, prosegue, “è quello della paura e di vedere fantasmi. C’è stata la tragedia della ‘mucca pazza’, della ‘Sars’…”. “La febbre aviaria non è un fantasma: è già presente in molti Paesi asiatici ed in Cina… Paure moderne che si diffondono nel mondo. La novità è l’immediatezza, i fragori viaggiano più velocemente del virus. È impossibile riconoscere i messaggi allarmistici e quelli ragionevoli”. Quanto ai governanti, conclude, “oscillano tra la trasparenza che diffonde la paura e l’opacità che ritarda la verità”. A riportare la Bosnia sotto i riflettori della stampa internazionale è David Herland che su “ Herald tribune” (27/8) annota: “Otto anni dopo il Trattato di Dayton, con un prodotto interno lordo che deve ancora raggiungere i livelli prebellici, con un’economia stagnante, la Bosnia resta ancora divisa in tre zone etniche. I giovani vogliono emigrare e chi è fuori non vuole tornare”. Nonostante i 10 miliardi di dollari investiti dalla comunità internazionale in otto anni, “ la Bosnia non è ancora un Paese autosufficiente”. Quale futuro, allora? Per l’articolista “il Paese potrebbe trovare prosperità e stabilità in Europa. È una delle speranze del popolo. Ma non sarà facile. Anche per chi, senza essere bosniaco, qui vive e lavora”. Sugli aumenti agli europarlamentari si concentra l’attenzione di molti commentatori europei, che trattano il tema con una certa ‘asprezza’. Konrad Adam per Die Welt (27/1) annota: “ Si è creata una casta politica che non sa più cosa significhi ‘giusto’ ed ‘adeguato’. E sui rimborsi spese agli eurodeputati, così chiosa il settimanale Der Spiegel (26/1): “ Il veto di Berlino ha bloccato il previsto aumento degli stipendi degli europarlamentari, ma non il loro self-service finanziario a carico dei contribuenti“. Stipendio troppo alto per gli eurodeputati. Lo denuncia Eliseo Oliveras sulla testata spagnola El Periodico (26/1) dove spiega che “la proposta dell”Europarlamento di armonizzare gli stipendi sopra i 9.000 euro al mese, provoca malessere tra alcuni governi dell’Unione europea”. Oliveras scrive che “la cifra è considerata troppo elevata e potrebbe provocare una reazione negativa della maggiore parte dei cittadini che hanno stipendi assai più modesti”. Le affermazioni di Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti, secondo cui “ l’America vuole un’Europa che sia il più forte possibile e che aiuti” aprono invece l’edizione del 25/1 del quotidiano ABC. Ramiro Villapadierna firma un articolo in cui si sofferma sull’appello di Cheney ad “amici e alleati, specialmente in Europa” per aiutare quei paesi “che si sacrificano e lavorano per le riforme nel mondo islamico”. Secondo Villapadierna, le parole di Cheney a Davos “cercano un tono conciliatore nella secondo visita europea del suo mandato”. La visita di Cheney a Roma viene trattata da Andrea Lavazza su Avvenire del 27 gennaio. In ballo ci sono le relazioni Europa-Usa, in qualche modo minate dalla guerra in Iraq. “Cheney scrive lavazza non ha usato giri di parole. Va rafforzata la Nato in funazione delle multinazionali fondamentaliste”. Una sfida mondiale che passa per il Medio Oriente dove la pace “è raggiungibile solo se la Palestina si doterà di istituzioni democratiche”. Una posizione questa che per l’opinionista “deve far riflettere a livello comunitario. L’America infatti – non si fermerà ad aspettarci”. “Sulla lotta al terrorismo si interroga Ramon Perez su ABC (24/1): “ John Ashcroft riconosce che gli Usa non possono sconfiggere il terrorismo da soli”. Si riparla dell’11 settembre sulle pagine di El Periodico (24/1) intitolato “11 settembre, paranoia e verità”, secondo il quale “ dall’11 settembre le frontiere degli Stati Uniti sono spazi di rischio e sospetto per chi vuole entrare o uscire dal paese, e le misure di controllo sono esagerate “. Questi fatti, nota Monica Terribas, “creano paranoia e la gente si può spaventare o scherzare, ma la Casa Bianca non scherza: meglio qualche giorno in prigione che dare l’immagine di non agire”. ———————————————————————————————————– Sir Europa (Italiano) N.ro assoluto : 1267 N.ro relativo : 7 Data pubblicazione : 30/01/2004