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Un’etica della fratellanza” “

I 450 milioni di cittadini” ” europei non possono rimanere nella "fortezza"” “” “

Un’Europa della speranza e della fratellanza, che sa riconoscere e valorizzare le proprie radici cristiane, tenendo le porte aperte verso gli altri continenti. Michel Camdessus , già direttore del Fondo monetario internazionale e attuale presidente delle Settimane sociali di Francia, scuote le istituzioni dell’Unione ma più ancora si rivolge alle coscienze dei cittadini europei, che “hanno il dovere di essere sensibili alle miserie del mondo”. L’ex banchiere ha affrontato il tema “La responsabilità dei cristiani nell’Europa dei 25” con una relazione tenuta a Strasburgo su invito dell’arcivescovo Joseph Doré. l’Europa chiamata alla “fratellanza” internazionale. Il punto di partenza dell’intervento è stata la “vocazione alla fratellanza” che il Vecchio continente “ha verso il resto del mondo, e più in particolare nei riguardi dei Paesi emergenti, con un occhio speciale per l’Africa”. Camdessus è stato piuttosto severo con la Francia e con l’Europa nel suo complesso affermando che “noi abbiamo radici spirituali e religiose comuni, ma non siamo capaci di riconoscerle e di inserirle nella nostra futura Costituzione europea”. “Non è forse questa una automutilazione?” – s’è domandato il relatore, secondo il quale esiste il pericolo che la civiltà europea rimanga legata al passato e a sentimenti nostalgici, anziché guardare avanti con fiducia e disponibilità verso i tempi nuovi. La preoccupazione di fondo che si registra nell’Ue sembra essere quella del mantenimento degli standard di vita raggiunti, “benché sussistano anche tra noi gravi disuguaglianze di ritorno” e sia in crescita “la pressione della miseria umana alle nostre frontiere”. Le tendenze demografiche del pianeta preoccupano il presidente delle Settimane sociali francesi: “Non si ha il diritto di rimanere con gli occhi bendati di fronte a questa realtà. Nei prossimi venticinque anni la terra sarà popolata da altri miliardi di abitanti e il 90% di essi nascerà nelle sole nazioni in via di sviluppo. Possiamo noi restare fermi, in attesa della nostra fine annunciata?”. “La storia non ci attende, la globalizzazione avanza”. “Noi, 450 milioni di cittadini europei, non possiamo rimanere barricati dietro la muraglia della nostra fortezza e nemmeno abbiamo a disposizione una pausa per riconoscerci fra noi, dal momento che la storia non attende e la mondializzazione è in marcia”. Camdessus è dunque passato dalla preoccupata analisi della situazione ad alcune proposte, partendo da una rilettura attenta dell’Esortazione apostolica di Giovanni Paolo II “Ecclesia in Europa”, che invita ad alzare lo sguardo oltre i confini e a superare le barriere che dividono l’umanità: “Se noi vogliamo essere veramente europei dobbiamo schierarci dalla parte di una mondializzazione umana, stabilendo delle regole: è qui che risiede la sfida alle miserie del mondo”. Facendo poi riferimento a una definizione dell’Unione coniata dalla Convenzione durante i lavori per la stesura del Trattato costituzionale dell’Ue (“uno spazio privilegiato della speranza umana”), Michel Camdessus ha affermato: “Se vuole essere se stessa, l’Europa deve far propria un’etica della fratellanza”, ossia lo stesso principio inscritto nel primo articolo della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Un nuovo “Piano Marshall” mondiale. Concretamente – e affrontando il settore che lo ha visto protagonista per diversi anni – il relatore ha indicato la via della cooperazione internazionale, del sostegno alle aree del pianeta in difficoltà economiche e sociali, ribadendo l’urgenza di tener fede all’impegno assunto dai Paesi ricchi per la riduzione del debito delle nazioni povere. I nuovi problemi posti dalla globalizzazione non sono sfuggiti all’analisi del relatore, che ha sostenuto la necessità di un ritorno del “dono”, della gratuità, nell’ambito delle relazioni internazionali, quasi si dovesse prospettare un nuovo “Piano Marshall” a livello globale. Anche a questo scopo Camdessus ha indicato “la via della definizione di regole mondiali affinché i popoli emergenti diventino parte integrante e attiva delle decisioni assunte”, così anche da giungere a una sorta di coordinamento supremo delle istanze internazionali. Una governance senza frontiere, che avrà bisogno dell’autorevolezza di istituzioni sovranazionali credibili e di una cittadinanza che superi gli angusti confini nazionali.