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Un secolo dopo” “

Il 9 dicembre 1905 introdotto il regime di separazione tra Stato e Chiesa” “

Una lettura “non fondamentalista” della legge francese del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiesa, di cui quest’anno si aprono le celebrazioni del primo centenario, è quanto auspica René Rémond dalle colonne dell’ultimo numero di Etudes, mensile di cultura contemporanea fondato dai gesuiti nel 1856. Ricordando le vicende della rivista, profondamente segnate delle leggi contro le congregazioni che ne indussero la chiusura dal 1881 al 1888, il caporedattore Henri Madelin afferma nell’editoriale che “oggi laicità significa pluralismo e rispetto delle differenze” e, circa la recente legge che proibisce nei luoghi pubblici “l’ostentazione dei simboli religiosi”, si chiede, con riferimento in particolare alla questione del velo islamico nelle scuole: “In ambiti così complessi, in cui identità religiosa e malessere sociale” spesso “si intrecciano, come si può ritenere che una legge possa agire quasi magicamente?”. Preferibile, per Madelin, “elaborare una sorta di codice di buona condotta civica cui possano ispirarsi i regolamenti interni di scuole, università, amministrazioni e aziende”. Più in generale, “il potere politico non può trattare le religioni presenti nel nostro Paese come se fossero tutte simili tra loro”. i tre pilastri della laicità. Il Presidente della Fondazione nazionale di Scienze politiche e Accademico di Francia, nel suo intervento su Etudes che riprende la riflessione presentata in occasione dell’ultima Assemblea dei vescovi francesi (Lourdes 4-10 novembre 2003), Rémond invita a non irrigidirsi sulla “interpretazione originaria” della suddetta legge del 1905, ma a considerare piuttosto l’evoluzione che negli anni ha conosciuto il concetto di laicità. Unità nazionale che “non tollera alcuna forma di particolarismo percepita come minaccia per la coesione sociale”; ruolo dello Stato “strettamente confinato nella sfera pubblica”; assenza di riconoscimento della società civile: questi, per Rémond, i “tre pilastri del sistema filosofico all’interno del quale nei primi anni del Novecento aveva trovato radici la laicità”. Un secolo dopo. Oggi, osserva lo studioso, “non abbiamo più questa concezione ‘unicista’ dell’unità” e “la diversità, non più sospettata di dissidenza, è considerata un fattore di arricchimento”. Quanto al ruolo dello Stato, “non si ritiene più un’anomalia che esso intervenga in numerosi settori che non corrispondono a funzioni considerate ‘regie’ in senso stretto, al fine di porre rimedio alle carenze dell’iniziativa privata. Il budget pubblico non ha più l’unico scopo di assicurare il funzionamento dei servizi pubblici: esso opera una ridistribuzione di risorse e sostiene ogni attività giudicata utile alla collettività”. Di qui la presa in carico “di una parte dei costi dell’insegnamento cattolico”. Alla luce di questa evoluzione, infatti, per Rémond “la vecchia massima ‘fondi pubblici alla scuola pubblica; fondi privati alla scuola privata’ appare obsoleta. La sua applicazione sarebbe discriminatoria”. Circa l’ultimo “pilastro”, rileva lo studioso “la società civile ha ottenuto progressivamente un riconoscimento di fatto e di diritto” e il dialogo istituito tra “tutte le componenti di quest’ultima e lo Stato è conseguenza della stessa evoluzione storica”. In tale ambito, afferma, “l’instaurazione di incontri regolari tra il governo e la presidenza della Conferenza episcopale non contravviene allo spirito della laicità, ma appare in armonia con la moderna interpretazione dei tre pilastri sui quali essa si fonda”. Chiesa e laicità. “Un’evoluzione del concetto di laicità che è stata possibile – annota ancora Rémond – perché, parallelamente, il giudizio della Chiesa in materia è molto cambiato”. Dalla “categorica condanna dell’Assemblea dei cardinali e degli arcivescovi alle cosiddette leggi sulla laicità del 1925” al “testo della medesima Assemblea che, nel 1945, distingueva tra ideologia – il laicismo – e regime di laicità”. E ancora, vent’anni dopo, “la dichiarazione dei Padri conciliari sulla libertà religiosa” che “apre la via all’accettazione di una società pluralista nel quadro di una laicità che non ignora – né tanto meno combatte – la religione”. Oggi, avverte Rémond, “vi è il rischio” che fenomeni quali “le nuove convinzioni religiose, l’irruzione dell’Islam, l’allargamento del dibattito sulla laicità a livello europeo”, suscitino “un ritorno alla concezione originaria di laicità e facciano smarrire alla società francese il beneficio della positiva evoluzione avuta in materia. Non con la regressione verso uno Stato arcaico si può trovare la risposta alle nuove sfide – conclude -, ma attraverso soluzioni originali e generose quanto intelligenti”.