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Man mano che procede l’allargamento dell’Unione europea, appare evidente che i futuri Stati membri devono confrontarsi con dei gravi problemi di finanziamento del sistema pensionistico, non troppo diversi da quelli rilevati negli attuali Paesi membri. Uguale, del resto, la causa, ovvero l’invecchiamento della popolazione. In tutti i Paesi le risorse economiche non bastano più a finanziare le pensioni del crescente numero di anziani. Problema che alcuni governi decidono di affrontare sostituendo il regime pubblico delle pensioni fondato sulla ripartizione, con dei conti di risparmio individuali gestiti secondo criteri commerciali (Piani di risparmio individuali). Da un recente studio sulla riforma dei regimi pensionistici nei Paesi candidati all’Unione europea, condotto da Elaine Fultz, esperta in questioni di sicurezza sociale al Bit di Ginevra (Bureau international du travail), e presentato sull’ultimo numero della rivista “Travail”, emerge che questi nuovi sistemi pensionistici basati sulla capitalizzazione subiscono gli effetti negativi dell’invecchiamento della popolazione quanto i vecchi regimi pubblici “per ripartizione”. Riformare il sistema pensionistico. Secondo la ricerca, le esperienze condotte in tale direzione in diversi Paesi dell’Europa centrale verso la fine degli anni’90 hanno dimostrato che l’introduzione del sistema dei piani di risparmio individuali e obbligatori incontra difficoltà sul piano amministrativo e rischia di penalizzare il rendimento delle somme risparmiate dai lavoratori. L’indagine ha inoltre rilevato che tale sistema “non consente di risolvere in maniera duratura il problema del finanziamento delle pensioni, legato all’invecchiamento della popolazione”. Particolarmente allarmante la situazione in Ungheria, Polonia, Bulgaria, Lettonia ed Estonia, dove i governi stanno già procedendo alla riduzione del “pilastro” pubblico basato sulla ripartizione e, parallelamente, stanno introducendo il sistema dei piani di risparmio. Nella Repubblica cèca, in Slovenia, Romania e Turchia, i governi hanno invece preferito regolare il sistema pensionistico pubblico, pur sviluppando i regimi complementari facoltativi. “Il sistema per ripartizione e il sistema per capitalizzazione spiega Fultz – non sono che due modi differenti di ripartire tra lavoratori attivi e pensionati il Pil di un dato periodo; in entrambi i sistemi sono i lavoratori a dover finanziare i redditi dei pensionati, cedendo loro una parte della ricchezza da essi prodotta”. Di più: “la transizione al sistema di conti individuali gestiti secondo criteri commerciali potrebbe generare tra alcuni decenni un deficit nel budget degli Stati compreso tra lo 0,5 e il2,5% del Pil annuale”. Un deficit che sarebbe la conseguenza del “buco” venutosi a creare nelle casse del regime pubblico delle pensioni dal trasferimento di una parte dei contributi previdenziali ai nuovi conti individuali; soluzione che, secondo Fultz, “anziché risolvere il problema, finirebbe per aggravarlo nel lungo periodo”. Obiettivi e strategie. Come intervenire, allora? “Occorre cercare soluzioni sia all’interno del mercato del lavoro, sia a livello di sistema pensionistico” indica l’autrice dello studio, raccomandando ai governi di “rendere più flessibile il mercato del lavoro per creare occupazione, investire nella formazione e nelle nuove tecnologie per accrescere la produttività, adottare politiche favorevoli alla famiglia e agli immigrati per aumentare la popolazione attiva e, infine, riformare i sistemi pensionistici al fine di incoraggiare il prolungamento dell’impegno attivo dei lavoratori”. Misure che per Fultz “dovrebbero condurre all’accrescimento della produttività nazionale” contribuendo “ad aumentare le risorse economiche disponibili per il finanziamento delle pensioni”.