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Negoziati per l’adesione all’Ue: le attese del popolo curdo ” “” “
“L’Europa rappresenta il nostro futuro, per un domani di pace nella nostra terra, per la libera convivenza fra turchi, curdi e armeni”. Sono state settimane intense, di passione, le ultime per Ali Dogan , etnologo curdo che da anni insegna all’Università di Montpellier, in Francia. Segretario generale del Centro di ricerca e di azione per i diritti dell’uomo nel Mediterraneo, partecipa attivamente alle vicende del suo popolo. Ne ha raccontato problemi, progetti e speranze a Gianni Borsa, inviato Sir a Bruxelles. In questi giorni l’Ue ha messo al centro dell’attenzione l’avvio dei negoziati per l’adesione della Turchia. La decisione assunta il 17 dicembre dal Consiglio Ue avrà importanti ripercussioni anche per i curdi… “Per cambiare un paese, per trasformarne le regole, per far crescere la democrazia, ci possono essere dinamiche interne ed esterne. Io credo che la prospettiva di adesione che è una condizione ‘esterna’ – rappresenterà uno stimolo concreto per far compiere dei passi avanti alla Turchia. Ho sempre sperato che arrivasse un segnale forte dall’Unione, che incentivasse Ankara a proseguire sulla via delle riforme, anche se sono convinto che il nostro paese non sia in regola con i criteri di ammissione alla comunità e che presenti ancora troppe violazioni alle regole democratiche, ai diritti umani e a quelli delle minoranze”. Com’è la situazione dei diritti umani, oggi, in Turchia? “La realtà è sotto gli occhi di tutti. Ci sono centinaia di richieste di condanna per violazioni dei diritti dell’uomo secondo la Corte di Strasburgo. Ma, più ancora, la storia parla di oltre quattromila villaggi curdi distrutti, di una situazione di oggettiva inferiorità per le donne”. Perché ritiene che l’avvicinamento tra la Turchia e l’Ue possa giovare alla situazione interna? “Perché i negoziati di adesione prevedono che il Paese candidato rispetti dei precisi criteri economici, sociali, giuridici che si muovono proprio nella direzione di un ammodernamento complessivo, volto a una maggiore democrazia, al rispetto della libertà e della dignità delle persone. I criteri di Copenaghen significano questo. I negoziati imporranno al governo turco di rispettare tutti i suoi cittadini e di adeguare il nostro ordinamento a quello delle democrazie occidentali, di sottoporre l’esercito alla legge… Vede, io ho amici che sono in prigione per aver detto queste stesse cose a casa loro. Credo proprio che se la Turchia marcerà verso l’occidente, crescerà anche come nazione moderna”. Nella risoluzione approvata mercoledì 15 dicembre dal Pe sull’avvio dei negoziati con la Turchia, si fa riferimento alla situazione curda, intimando ad Ankara di rispettare il vostro popolo. Se ne è parlato anche a Bruxelles, all’ultimo Consiglio europeo. Qual’è, oggi, la situazione a questo proposito? “Il Kurdistan è conteso, oggi come ieri, per le ricchezze che conserva: basterebbe citare il petrolio e l’acqua. È una terra che è stata sottoposta a invasioni e a poteri stranieri: gli arabi, i turchi… Ma i curdi abitano in quell’area da almeno quattromila anni e vorrebbero solo vivere in pace, potendo assumere da sé le decisioni che riguardano la loro vita. Per questo Leyla Zana, cui è stato assegnato anni fa il premio Sakharov dal Parlamento europeo, per noi è un simbolo: perché ha sempre invocato l’autodeterminazione e la libertà di esprimersi nella lingua nativa. Ha pagato questo coraggio con anni di carcere. La strada giusta è quella della lotta non violenta, dell’unità di intenti fra tutti quei turchi, curdi, armeni e altri che puntano alla pace e al rispetto altrui”. I curdi sono “vittime della storia”, dunque? “Non solo vittime. Certamente anche da parte nostra ci sono stati diversi errori. Di recente l’errore di aver svolto il ruolo di gendarmi per conto degli Stati Uniti nell’Iraq del nord. Più in generale i curdi sono sempre stati usati contro qualcuno: i curdi dell’Iraq contro l’Iran, quelli turchi contro la Siria, i curdi siriani contro la Turchia e gli iracheni. È una storia piena di difficoltà, di pagine buie. Ma ora guardiamo avanti e l’Europa è nel nostro orizzonte futuro”.