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Una storia ritrovata ” “

Dall’archivio segreto vaticano la conferma dell’impegno ” “dei vescovi e della Santa Sede per salvare gli ebrei ” “” “

“Il Papa intende proseguire l’apertura degli archivi e all’inizio del 2006 saranno probabilmente resi accessibili agli studiosi tutti i documenti relativi al pontificato di Pio XI, (1922-1939, ndr) offrendo in tale modo fonti inedite per una nuova messe di studi sulla Chiesa e sui suoi rapporti con i Paesi dell’Est Europa”. Così padre SERGIO PAGANO , prefetto dell’Archivio segreto vaticano, inaugurando l’incontro che si è svolto il 13 dicembre al Collegio Teutonico (Città del Vaticano) per la presentazione del volume “L’olocausto nella Slovacchia e la Chiesa cattolica” di mons. Walter Brandmüller (Libreria editrice vaticana). L’autore, che è anche il presidente del Pontificio Comitato di scienze storiche istituito da Pio XII nel 1954, ha potuto attingere per la sua ricerca a fonti storiche dell’archivio della Congregazione per gli affari ecclesiastici straordinari della Segreteria di Stato vaticana, e della raccolta “Actes et documents du Saint Siège relatifs à la seconde guerre mondiale”. Dallo studio emergono l’impegno dell’episcopato slovacco e l’intensa attività diplomatica della Santa Sede che durante la seconda guerra mondiale hanno permesso di salvare dalle deportazioni 20mila ebrei. PRUDENZA E VIRTU’. “La Santa Sede è orgogliosa e fiera di poter offrire, ancorché con lo stile di prudenza che le è proprio, nuove fonti storiografiche per lo studio dei Paesi dell’Est europeo” ha proseguito il prefetto dell’Archivio vaticano. “Chi le muove il rimprovero di ‘eccessiva cautela’ – ha precisato – deve sapere che non conviene forzare la mano sull’apertura degli archivi. Sono tuttora in corso il riordino e la catalogazione delle fonti, indispensabili per una loro più appropriata e corretta fruizione da parte degli storici. In questo caso la ‘prudenza’ si rivela una virtù”. UN SALTO DI QUALITA’. “Un significativo salto di qualità della storiografia”: è quanto costituisce il volume di Brandmüller per EMILIA HRABOVEC, storica dell’Università di Vienna. Dopo “la scuola di ispirazione marxista che fino agli anni Novanta ha dimostrato scarso interesse per la Chiesa cattolica o ha tentato di svilirne o distorcerne l’operato” e dopo “la mancanza di attenzione verso la Slovacchia da parte della storiografia occidentale di matrice liberale, nell’assenza di studi approfonditi sull’olocausto degli ebrei slovacchi e sul conseguente atteggiamento della Chiesa” ecco un’opera “che affronta il tema, reso ancor più complesso dal contesto in cui si svolsero gli eventi: un Paese ‘giovane’ (l’autonomia della Slovacchia dalla Repubblica cecoslovacca formata dopo la caduta dell’impero asburgico venne proclamata il 6 ottobre 1938, ndr) a maggioranza cattolica (90%), con una costituzione i cui fondamenti giuridici sono ispirati ai principi cristiani e al diritto naturale” e per di più guidato da un personaggio molto discusso, il prete cattolico mons. Jozef Tiso. L’ATTIVITÀ DIPLOMATICA DELLA SANTA SEDE. Tre le principali prese di posizione dell’episcopato slovacco a seguito dell’emanazione nel settembre 1941 del cosiddetto Juden Codex (Codice antiebraico) , in realtà mai discusso o approvato dal Parlamento e che costituì l’applicazione nel Paese delle leggi di Norimberga. Al Memorandum dei presuli al presidente del Consiglio dei ministri Tuka (ottobre 1941) seguirono infatti una prima Lettera pastorale dell’aprile 1942, un mese prima dell’inizio delle deportazioni avviate in maggio, ed una seconda del marzo 1943. Più incisiva l’attività diplomatica vaticana, definita da Hrabovec “coraggiosa e molto abile”. La Santa Sede, ha spiegato la studiosa, “attraverso le nunziature a Berlino, Budapest, Berna e Madrid riceveva informazioni dettagliate su quanto avveniva in Slovacchia” e poté salvare, “con note diplomatiche ed ‘esortazioni’ al governo di Tiso, circa 20mila persone, un terzo della popolazione ebraica del Paese”. LA POSIZIONE DEL PAPA. Concorda ANNA FOA, docente di storia moderna all’Università “La Sapienza” di Roma, che rimarca: “nel tentativo di opporsi alle leggi razziali la ‘voce’ della Santa Sede fu più forte di quella della gerarchia cattolica slovacca. In particolare merita di essere richiamato l’impegno dell’allora segretario di Stato, card. Luigi Maglione, e di mons. Giuseppe Burzio, incaricato d’affari vaticano a Bratislava”. Per WALTER BRANDMÜLLER “molto delicata era in quegli anni la posizione del Pontefice che nella situazione di conflitto bellico doveva mantenere una severa imparzialità affinché da nessuna parte si potesse rimproverargli di appoggiare uno dei contendenti”. Solo così “potevano essere creati i presupposti per un’azione mediatrice della Santa Sede evitando passi falsi che avrebbero compromesso il suo operato e si sarebbero potuti prestare a strumentalizzazioni propagandistiche”. Il Papa, del resto, “non possedeva strumenti di potere politici o economici, al di fuori della forza degli argomenti”. Di qui, per Brandmüller, la “cautela” del linguaggio diplomatico e delle “espressioni pubbliche del Pontefice”, volti a “non precludersi alcuna via e a mantenere aperta ogni possibilità di dialogo”.