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Benessere e disperazione” “

A Roma 150 vescovi africani ed europei per collaborazione e solidarietà” “” “

Un sogno per due continenti? “Che l’Europa si proponga un chiaro scopo da realizzare: contribuire a sradicare la tragedia della fame nel mondo proprio a partire dall’Africa. Se si riuscisse a lanciare per i prossimi anni un progetto concreto, forse gli europei si interesserebbero di più all’Unione europea”. A parlare è mons. AMÉDÉE GRAB , vescovo di Coira (Svizzera) e presidente del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali D’Europa), in apertura del Simposio Africa-Europa intitolato “Comunione e solidarietà tra l’Africa e l’Europa”, in corso a Roma dal 10 al 13 novembre. Il convegno, al quale partecipano oltre 150 vescovi e responsabili di organismi internazionali di circa 62 Paesi dei due continenti, è organizzato insieme al Secam (Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar). L’incontro si soffermerà sulle rispettive situazioni culturali e sociali, sulle prospettive teologiche e pastorali, e sulle corresponsabilità delle Chiese. I testi delle relazioni sono on line sul sito old.agensir.it U UN PROGETTO PER COINVOLGERE I POPOLI. Il sogno di mons.Grab e di mons. ALDO GIORDANO, segretario del Ccee, parte dalla constatazione che in Europa “serpeggia un certo senso di stanchezza e di disinteresse a livello popolare per il processo di unificazione”. “Uno scopo di tale portata” potrebbe “trovare un adesione e coinvolgere i popoli”, soprattutto i giovani. Mons. Grab ha accennato di nuovo al mancato riferimento al cristianesimo nella Costituzione: “Abbiamo constatato con dolore che esiste spesso in Europa una incomprensione di fondo del fatto cristiano: alcuni hanno pensato a una questione di privilegi; altri hanno ritenuto che citare il cristianesimo sarebbe stato un torto alle religioni, specie all’islam, altri che sarebbe stato un pericolo per la laicità della vita pubblica”. L’incontro con i vescovi africani in questo particolare momento storico, ha detto mons. JOSIP BOZANIC, arcivescovo di Zagabria e vice-presidente del Ccee, “offre la possibilità di instaurare nuovi rapporti con il continente africano”: “L’Europa che fa esperienza della sua unificazione è chiamata a non chiudersi in se stessa, ma a vivere la dimensione che le è propria, quella dell’incontro con altre terre e Paesi”. “CAMBIARE LE REGOLE ECONOMICHE”. “Le Chiese africane ed europee devono parlarsi per avere più forza e influire di più nella società: è chiaro che le cause dei problemi africani dipendono da fuori. Bisogna cambiare le regole economiche che creano ogni giorno più poveri”. Lo ha detto mons. JOHN ONAIYEKAN, arcivescovo di Abuja (Nigeria) e presidente del Secam (Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar), nel presentare a Roma il Simposio. “È sentimento generale che dalla globalizzazione l’Africa sta ricevendo più aspetti negativi che positivi”, ha detto. “Viviamo in un mondo in cui gli uomini politici decidono secondo criteri non evangelici – ha osservato il presidente del Secam – Vogliamo verificare cosa si poteva fare, e cosa si può fare, perché il Vangelo influisca di più nella storia che stiamo attraversando”. Riguardo al tema delle vocazioni – che mancano in Europa mentre l’Africa ne è ricca – mons.Onaiyekan ha precisato che “la soluzione deve essere trovata in Europa. Non possiamo pensare che si potrà risolvere il problema facendo venire dei sacerdoti africani”. E a proposito del fenomeno migratorio l’arcivescovo di Abuja è stato chiaro: “Non importa a quali campi di concentramento nel deserto o quali provvedimenti penserà l’Europa. Finché da noi ci sarà tanta disperazione e tanto benessere da voi, il fiume di immigrati non cesserà. È impossibile continuare così, viviamo in un mondo unico, prima o poi qualcosa cederà”. Mons. Onaiyekan ha anche fatto presente la difficoltà, perfino per i vescovi, di ottenere i visti d’ingresso per l’Europa e ha annunciato un incontro dei vescovi africani con i vescovi americani. “ IL CRISTIANESIMO FUTURO O SARÀ PIÙ ‘CATTOLICO’ O NON SARÀ”. Così mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto (Italia) che ha tracciato una panoramica del cristianesimo europeo di fronte alle sfide contemporanee: “I cristiani del continente europeo – ha sottolineato mons. Forte – sono chiamati a farsi protagonisti per tenere desta una coscienza critica attenta a difendere la qualità della vita per tutti, a farsi voce di chi non ce l’ha, per fronteggiare le logiche esclusivamente egoistiche di molte delle grandi agenzie di potere economico e politico sul piano mondiale”. Di fronte alla “ricerca del senso perduto”, alla “riscoperta dell’altro” e alla “nostalgia del totalmente Altro” secondo mons. Forte bisogna tener presente “il primato di Dio nella fede”, mettere “la carità al di sopra di tutto” e “rendere ragione della speranza che è in noi”. Luci e ombre dell’evangelizzazione in Africa. La poligamia, i matrimoni celebrati solo con i riti tradizionali ma non in Chiesa, l’attrazione delle sette, la mancanza di risorse finanziarie per il lavoro pastorale dei preti e dei catechisti, la necessità di evangelizzare i giovani ed aiutarli a superare ostacoli come l’analfabetismo, le tossicodipendenze, lo sfruttamento sessuale. Sono alcuni dei temi che interpellano la Chiesa africana in materia di evangelizzazione, così come descritti da mons. Joseph Osei-Bonsu, vescovo di Konongo-Mampong (Ghana) nel suo intervento. Il vescovo ghanese ha messo in evidenza luci e ombre dell’evangelizzazione in Africa: fatti positivi come l’aumento delle vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa, anche se “stanno decrescendo in alcuni Paesi le vocazioni femminili”; il ruolo importante dei laici e dei catechisti, dell’apostolato familiare, dei mezzi di comunicazione sociale come la radio. “Ma sfortunatamente – ha precisato – in alcuni Paesi come in Ghana alle realtà religiose non è permesso avere delle emittenti radiofoniche”. Sottolineando la necessità di inculturare il Vangelo adattandolo anche ai riti tradizionali (matrimoni, vedovanza, cerimonie del nome per i bambini, venerazione degli antenati), mons. Osei-Bonsu ha invitato “ad avere un grande rispetto per le religioni tradizionali africane”. Riguardo al dialogo con l’islam (“in alcuni Paesi dove i musulmani sono maggioranza spesso i diritti dei cristiani non sono rispettati”), ha suggerito di “rispettarsi a vicenda” ma di denunciare “gli atteggiamenti scorretti e la mancanza di reciprocità nella libertà religiosa”. “Nzambe e Nzakomba…”, i tanti nomi di Dio. L’arcivescovo di Kisangani (Congo) Laurent Monsengwo Pasinya ha tracciato invece il ritratto dell'”Africa della vita” contrapposta all'”Africa della morte”. Tra le caratteristiche dell’Africa della vita, il forte senso di trascendenza, espresso con i tanti nomi di Dio: “Nzambe, Nzakomba, Nzaw, Ngalo, Mvidi Mukulu, Maweja, Mungu, Nzém a Mpung”. Questa visione spirituale porta con sé il dovere di “trasmettere la vita di generazione in generazione”, da qui l’importanza dei figli, della famiglia, ma anche delle parentele “con patto di sangue”, ossia amicizie che diventano simili alle parentele naturali. Valori come il senso dell’ospitalità, lo spirito comunitario e la solidarietà all’interno del clan sono molto forti, ha spiegato mons. Monsengwo, ma “nell’Africa moderna hanno dato luogo al parassitismo e all’ideologia etnocentrica”. Anche la bella relazione con gli antenati conservata nella tradizione orale presenta dei vantaggi e degli svantaggi “nella nozione e visione del tempo, del progresso e dello sviluppo”: “In caso di miseria e catastrofe si rischia di essere disfattisti, aspettando tutto dagli antenati invece di avere una sana reazione capace di rimediare alla situazione”. Secondo l’arcivescovo “l’Africa deve imparare dall’Europa una visione del tempo che possa integrare la curiosità scientifica, il gusto della ricerca e della novità, l’efficacità dell’agire umano, il valore d’eternità della vita dell’uomo sulla terra e il senso della storia e delle tradizioni scritte”. Ma i valori di solidarietà e condivisione propri dell’Africa devono spingere l’Occidente a rendersi conto della necessità di “un nuovo ordine mondiale nel quale lo sradicamento della povertà non sia più semplicemente ‘umanitario’- che dipenda cioè da un decisione politica – ma strutturale e sistematico”. Lo scambio tra Chiese per l’aiuto reciproco. “L’Africa e l’Europa devono rafforzare la reciproca collaborazione non soltanto perché la vicinanza dei due continenti fa aumentare i rapporti, ma perché l’Europa ha bisogno dell’Africa così come l’Africa ha bisogno dell’Europa”. Lo ha ribadito il cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i vescovi, nella sua omelia durante la seconda giornata dei lavori. Il cardinale Re ha ricordato i rispettivi problemi dei due continenti (crisi della famiglia e dei valori in Europa; miseria, fame, guerre e malattie in Africa) suggerendo alcuni possibili aiuti reciproci: “La Chiesa che è in Europa non può restare indifferente ai bisogni dell’Africa”, mentre “la giovane Chiesa dell’Africa può stimolare nella Chiesa in Europa l’entusiasmo, la gioia e la vivacità della fede, soprattutto nella sua dimensione ecclesiale” e nel risveglio delle vocazioni. Sui problemi dell’evangelizzazione in Europa si è soffermato anche il cardinale Audrys Juozas Backis, arcivescovo di Vilnius (Lituania): “All’Est l’uomo liberato dal comunismo si è ritrovato libero ma impreparato a fare buon uso della libertà. All’Ovest molti si sono lasciati trascinare dall’onda del secolarismo, dal consumismo propagato dai mass media che propongono un uomo libero da ogni ‘costrizione’ nella vita di famiglia, nella scuola, nella vita sociale e nazionale”. Da qui l’urgenza di evangelizzare le persone a partire dal contatto personale, dall’impegno ecumenico e di dialogo con le altre religioni, anche tramite i movimenti, le piccole comunità cristiane, la scuola, la parrocchia.