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Il passato non è un’arma ” “

L’impegno delle istituzioni per ” “"liberare la storia" europea ” “” “

Liberare la storia da pregiudizi e forzature nazionaliste, “perché il passato non sia più usato come un’arma”. È questo l’obiettivo che, sin dagli anni Cinquanta, ha spinto il Consiglio d’Europa a promuovere attività di ricerca, convegni, seminari di pedagogia rivolti soprattutto agli insegnanti dei Paesi membri. Dopo il crollo del muro di Berlino e con l’avvicinamento tra Europa dell’Est e dell’Ovest, il problema ha assunto nuove connotazioni e le iniziative del CdE si sono moltiplicate. RIVEDERE I PROGRAMMI E I MANUALI SCOLASTICI. La storia dovrebbe essere “uno strumento di conoscenza e di dialogo tra i popoli”: così il Consiglio d’Europa – istituzione che oggi raccoglie 45 Paesi con 800 milioni di cittadini – invita “gli Stati aderenti a rileggere e a riscrivere insieme i loro manuali scolastici, per una presentazione meno conflittuale degli eventi del passato”. L’Organizzazione ha definito un documento-base e ha avviato un apposito servizio che si occupa dell’educazione alla storia, affidato ad ALISON CARDWELL; ricercatori e docenti di vari paesi hanno poi cercato di rivedere i libri rivolti agli studenti, “per eliminare i cliché e le interpretazioni errate che tendevano a screditare l’immagine dei paesi vicini”. Non sono mancati, nel corso dell’ultimo decennio, altri sforzi concreti tesi a rivedere i programmi di insegnamento e a rendere “più vivace e attraente lo studio di questa materia”. Lo scorso anno si è svolta presso la sede CdE di Strasburgo una “università estiva” per smascherare le “deviazioni nell’insegnamento della storia europea” e favorire la “trasmissione della memoria”. IL PASSATO RACCONTATO SEMPRE DAI VINCITORI. Insegna filosofia dell’arte all’Università di Strasburgo ed è uno degli animatori del progetto avviato dal Consiglio d’Europa. A proposito del quale DANIEL PAYOT afferma: “Ci siamo interrogati sulle parole del filosofo tedesco Walter Benjamin, il quale, già sessant’anni fa, era giunto alla conclusione che coloro che fanno la storia sono poi quelli che hanno interesse a raccontarla, attribuendosi naturalmente il ruolo di protagonisti. Delle guerre dei Galli noi, per fare un esempio, sappiamo solo ciò che ci ha trasmesso Giulio Cesare; non abbiamo un contro-racconto. La stessa cosa accade per il passato millenario dell’Africa, che noi apprendiamo esclusivamente mediante un ottica coloniale. Delle vicende del nostro continente, invece, in ogni nazione si dà un’interpretazione parziale”, attribuendo agli “altri” varie colpe ed errori. A detta di Payot, occorre cambiare strumenti della ricerca, percorrere nuove fonti, aprire un confronto fra studiosi di diversi paesi. “Ci serve, infine, un nuovo sguardo sulla storia. Da bambino – racconta – ero convinto che Carlo Magno appartenesse solo alla storia francese. Sono stato sorpreso anni dopo, di scoprire che non era così. L’attuale evoluzione dell’Europa ci invita a superare questa visione e ad adottare un’ottica europea”, che vada al di là della semplice “sommatoria delle prospettive nazionali”. “DOPO IL 1989 È CAMBIATO IL QUADRO DI RIFERIMENTO”. Dal canto suo FRED BOURQUIN, già direttore del Centro europeo della cultura di Ginevra, relatore generale dell'”università estiva” del CdE, osserva: “Dopo tre grandi conflitti, ossia le due guerre mondiali e la ‘guerra fredda’, la storia va rimessa in discussione. Ciò che prima si credeva vero è ormai relativizzato dagli europei, che verificano di non aver vissuto le stesse esperienze”, con le medesime convinzioni, un eguale coinvolgimento. C’è poi una prospettiva di rilettura dei fatti che non è “eurocentrica”. Bourquin sottolinea che esiste, inoltre, un problema di credibilità che si può assegnare a una testimonianza a secondo che questa provenga da un attore o da una vittima, da una persona che ha partecipato a un certo episodio o da un testimone indiretto: “Noi vediamo le cose solo attraverso il nostro sistema di valori che ci fa tralasciare alcuni elementi a vantaggio di altri. La conclusione da trarre è che il lavoro dello storico deve andare alla profondità delle cose, conservando però sempre un atteggiamento critico”. MITI NAZIONALI E “OTTICA CONTINENTALE”. OLA SVAIN STUGU, professore dell’Università di Trondheim, in Norvegia, dal canto suo annota: “La costruzione dei miti permette di dare un senso al passato e un ordine alle cose. Nessun paese può vivere senza mito fondatore, anche se questi miti sostituiscono molto spesso i fatti. Il nostro lavoro di storici consiste nello studiare le forme e le funzioni del mito per poi darne una spiegazione”. In questa direzione “la raccolta e il confronto di differenti fonti, la considerazione dei fatti e la ricerca dell’oggettività permettono di individuare meglio la realtà proprio al di là dei miti”. La necessaria “ottica europea” per andare oltre i “totem” nazionali è fondamentale, anche se “bisogna fare attenzione a non creare una mitologia europea”.