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Le preoccupazioni e le speranze” ” di un "piccolo" Paese dentro una "grande Ue" ” “” “
Dallo studio della patrologia al ruolo dei credenti nel cammino dell’integrazione europea; dagli influssi protestanti sulla cultura slovena alle sfide della globalizzazione. Padre MIRAN PELIC , francescano, docente alla facoltà di Teologia dell’Università di Lubiana intervistato da Gianni Borsa, affronta ogni argomento che lo porta a conoscere la storia della Chiesa, quella della sua nazione nonché l’Europa del terzo millennio. La Slovenia è da poco entrata a far parte dell’Ue. Quali sono le aspettative del suo popolo? Quale la situazione nel suo paese? “Naturalmente la gente slovena ha seguito con attenzione il cammino verso l’Unione e nell’opinione pubblica sono cresciute le attese riguardo il benessere economico e la democrazia. In realtà la situazione sociale e culturale da noi era discreta sin dai tempi della Federazione jugoslava; ma si può sempre migliorare! Una cosa è certa: noi non abbiamo vissuto la fase del cosiddetto ‘allargamento’ come un ‘ritorno’ in Europa, perché ci siamo sempre sentiti dentro il continente, anche nel periodo comunista. Abbiamo coltivato la nostra cultura, le nostre tradizioni. Ora il vero problema che si avverte è il rischio di perdere la propria identità dentro una Unione così grande e a stretto contatto con altri popoli, lingue , culture, sistemi giuridici”. Quali strade dovrebbe intraprende l’Ue per rispettare le tante diversità che la compongono? “Sono convinto che il primo passo da fare sia quello della reciproca conoscenza, nel rispetto delle specificità. Lo studio, gli incontri informali, i viaggi, il turismo: tutto può contribuire ad avvicinare popoli e percorsi tanto diversi, presenti nell’Unione a 25. Intravedo però altri pericoli: da noi, per esempio, si teme la ‘fuga dei cervelli’, cioè il trasferimento all’estero dei giovani più preparati, alla ricerca di un’occupazione e di un miglior trattamento economico. Inoltre si teme di perdere l’indipendenza economica con l’eventuale arrivo di multinazionali che comprino le nostre aziende e decidano del futuro dei nostri lavoratori”. Ma, mettendo a confronto gli elementi positivi e quelli negativi, ritiene che l’ingresso nell’Unione sia un passo avanti per la Slovenia? “Direi proprio di sì. Questa novità va affrontata con realismo e con prudenza. Del resto ci dovrebbe stimolare a fare del nostro meglio, ad essere vivi e propositivi, per non essere fagocitati nella ‘grande Europa’. Pensiamo al nostro ritorno alla democrazia, dopo la fine del comunismo e la ritrovata indipendenza: essa oggi ci appare solida, ma non può mai essere data per certa. Non lo è né per noi, né per gli altri paesi del continente, né per gli Stati Uniti. Osserviamo anzi che la democrazia al giorno d’oggi tende a trasformarsi in plutocrazia, nel governo di pochi, ricchi e potenti, che con i soldi e la proprietà dei mass media possono influenzare le opinioni pubbliche”. Quale potrebbe essere a questo proposito il ruolo dei cristiani? “Ho seguito con interesse il processo che ha portato alla Costituzione europea e mi è dispiaciuto che alla fine non vi siano state inscritte le ‘radici cristiane’ del continente. Io sono però convinto che dobbiamo essere proprio noi credenti la carta sulla quale siano scritte le radici cristiane dell’Europa, radici vive perché presenti in noi, nelle nostre azioni, nella testimonianza personale e comunitaria. Ogni civiltà europea si è incontrata presto o tardi con il cristianesimo, rimanendone segnata nel profondo. così dovrebbe essere anche oggi. La storia della cristianizzazione delle popolazioni slovene, che affonda nel VII e VIII secolo dopo Cristo, ci insegna che la trasmissione della fede passa spesso dalla cultura, da una azione feconda nella vita quotidiana”. Quale ruolo svolgono i cattolici sloveni su queste temi? “La Chiesa ha avuto un compito essenziale nel periodo in cui il paese ha conquistato e rafforzato la propria indipendenza. Sono stati anni duri… Ora credo che i cattolici siano un po’ al margine della vita sociale e pubblica, anche a causa loro. Non sempre siamo preparati ad affrontare le situazioni contingenti e ad essere propositivi. La strada giusta ritengo sia quella di una fede convinta e profonda, che si dispiega nella vicende della nazione, per farla crescere e per poter essere, quando occorre, una voce critica e credibile”.