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Eutanasia: gli arcivescovi Williams e O’Connor contro il disegno di legge ” “” “
“È del tutto fuorviante proporre una legge per consentire che i malati terminali vengano uccisi o assistiti nel suicidio proprio da coloro che dovrebbero prendersene cura”; un passo di questo genere “minerebbe i fondamenti del diritto e della medicina e negherebbe il dovere dello Stato di farsi carico delle persone vulnerabili”. È ferma l’opposizione della Chiesa d’Inghilterra e della Conferenza episcopale d’Inghilterra e Galles al disegno di legge sull’eutanasia elaborato di recente dal Comitato ristretto della Camera dei Pari sulla morte assistita per i malati terminali, volto a modificare la normativa vigente che vieta l’eutanasia per introdurre il suicidio assistito. L’arcivescovo di Canterbury ROWAN WILLIAMS e il card. MURPHY-O CONNOR , arcivescovo di Westminster, hanno diffuso nei giorni scorsi una dichiarazione congiunta, rivolta al suddetto Comitato, contro il disegno di legge definito “fuorviante” e “inutile”, e hanno ricordato in una lettera inviata al presidente, lord Mackay, che “il rispetto per la vita umana in ogni suo stadio è il fondamento di ogni società civile” e che “le conseguenze a lungo termine di ogni modifica alla legge sull’eutanasia sarebbero immensamente gravi”. A AUTODETERMINAZIONE. “Dio stesso ha offerto all’umanità il dono della vita”. Per questo essa “deve essere accolta con gratitudine ed usata in modo responsabile” esordiscono nel documento i presuli, sottolineando che “chi diviene più fragile a causa di malattia o disabilità merita particolari cure e protezione”. Due sono gli argomenti spesso richiamati a difesa dell’eutanasia, “l’autodeterminazione e il benessere”, osservano i vescovi. Quanto al primo, “il cosiddetto diritto di scegliere quando morire per i malati affetti da sofferenze insopportabili”, il disegno di legge “prevede che tale diritto sia limitato ai pazienti terminali” riconosce il documento, ma, argomentano i presuli, “è difficile capire come questa restrizione possa essere difesa. Le sofferenze causate da una patologia cronica non terminale, mentale o fisica, possono essere altrettanto gravi da risultare insopportabili. Perché, allora, l’eutanasia non dovrebbe essere estesa anche a questi casi?”. QUALITA’ DELLA VITA. “Si afferma prosegue il testo che in alcune situazioni la vita non ha più valore, specialmente se i malati non hanno più alcuna possibilità di miglioramento e si avviano inesorabilmente alla fine. Ma se è questa la giustificazione, una volta ancora non vi sono” per i vescovi “motivi per limitare l’eutanasia ai malati terminali, né a coloro che ne fanno volontariamente richiesta”. Il principio di autodeterminazione e quello della qualità della vita, avvertono, “possono condurre in pratica a forme di eutanasia molto più diffuse di quanto, all’inizio, si possa immaginare”. A titolo esemplificativo il documento cita “il caso dell’Olanda dove si assiste ad un’estensione di tale pratica a chi è mentalmente malato, a chi è stanco di vivere e, addirittura, a chi non è in grado di fornire il proprio consenso, come minori e bambini piccoli”. MINARE LA FIDUCIA. “Il diritto all’autodeterminazione non è assoluto” e “l’esercizio dell’autonomia personale va necessariamente limitato affinché gli esseri umani possano convivere in un’armonia conforme alla ragione”. “Malgrado sia oggi riconosciuto il diritto di rifiutare le cure (ancorché in circostanze limitate), la legge non ammette un diritto a morire” affermano ancora i vescovi per i quali le conseguenze negative “di una modifica della legislazione sull’eutanasia supererebbero di gran lunga i cosiddetti benefici”. Fermo restando il valore assoluto della vita umana, ribadisce il documento, “i pazienti non possono e non dovrebbero essere posti nella condizione di esigere la collaborazione dei medici per causare la propria morte, fatto intrinsecamente illegale e moralmente inaccettabile”. Legalizzare l’eutanasia significherebbe “minare il rapporto di fiducia tra medici e pazienti” mentre il valore della vita umana “implica il dovere primario della cura, l’impegno per alleviare la sofferenza, l’informazione e il sostegno al malato”. “Consentire ai medici in alcune circostanze di uccidere i propri pazienti” affermano i vescovi, potrebbe comportare il rischio che “le terapie vengano viste dalle persone più vulnerabili come qualcosa di potenzialmente minaccioso per la propria vita”. COMPASSIONE E RISPETTO. Ribadendo la necessità che “i trattamenti per i pazienti terminali siano proporzionati ai benefici attesi, non eccessivamente dolorosi, intrusivi e rischiosi”; in altre parole riaffermando il “no” all’accanimento terapeutico, i presuli auspicano che “i malati terminali vengano aiutati a morire con dignità, o meglio, a vivere con dignità fino alla morte” come avviene negli hospice, sul cui esempio si dovrebbero diffondere ovunque “le cure palliative e il sostegno emotivo e spirituale ai morenti”. In tale prospettiva il disegno di legge è “inutile” perché “ciò di cui hanno bisogno i malati terminali conclude il documento non è di essere uccisi, ma assistiti e ‘accompagnati’ con rispetto e compassione”.