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Tempo di risvegliarsi” “” “

“Il modello di società in cui il dato religioso e quello culturale coincidevano oggi è in crisi. Molti i fattori che l’hanno determinata: lo sviluppo della democrazia, la consapevolezza delle libertà individuali. In una società così determinata l’espressione della propria fede può avvenire solo attraverso una scelta coerente. Tuttavia la diversità che mette a fianco, magari nella stessa famiglia, credenti e non credenti, altro non è che l’espressione della libertà di ciascuno. E questo è sicuramente un segno di speranza”. A parlare è il card. Josè da Cruz Policarpo , patriarca di Lisbona. Come viene vissuta la fede nel mondo d’oggi, in particolar modo dai giovani? “Si sta verificando un cambiamento grande nell’impostazione della fede. Prima essere cristiano era normale perché la fede era trasmessa attraverso l’ambiente socio-culturale. Oggi si riconosce la strada personale di ciascuno: questo è un grande segno di speranza perché la fede sociologica non ha resistito, ma sono aumentati i gruppi che hanno fatto una scelta consapevole. Questo ha fatto della Chiesa una realtà più viva. Un esempio fra tutti quello delle vocazioni che oggi sono da stimolare e interpellare”. Le grandi metropoli europee e non, sono diventate vere e proprie realtà di frontiera. C’è un ruolo particolare che le comunità cristiane possono giocare? “La città contemporanea non è la stessa del XVIII secolo o del passato. Oggi l’urbanizzazione provoca una alterazione antropologica. I riferimenti fondamentali sono cambiati. La Chiesa ha perso la sua centralità. Annunciare la fede nella grande città non avviene come in passato. Vengono quindi utilizzati metodi di nuova evangelizzazione, esperienze valide in sé stesse. Le persone hanno difese spontanee e coscienti. Bisogna coltivare soprattutto la tensione di ogni cristiano al suo prossimo, recuperare l’idea di prossimo. L’incontro con le persone può avvenire al di fuori delle strutture visibili della evangelizzazione. Si deve coltivare l’idea che per parlare di religione non bisogna andare in sacrestia”. Quali sono le sfide e le difficoltà che l’Europa si troverà ad affrontare? Il progetto europeo ha un futuro? “Io sono europeista convinto! Credo nell’ideale di una unità rispettando le differenze dei popoli. Posso dire di essere un ottimista realista. L’Europa non può fare troppi sbagli. Il progetto europeo potrebbe essere messo in difficoltà se si imponesse una visione ideologica, politica, valoriale, con la pretesa di sostituirsi alla religione. Non si deve dimenticare che l’Europa non è laica, è multi-religiosa. L’Europa ha bisogno di essere risvegliata. Un ruolo importante in questo senso lo deve rivestire la politica, anche se si corre il rischio di viverla come professione e non come un servizio”. Sono sempre più esplicite le minacce del fondamentalismo islamico all’Occidente. Lo testimoniano fatti recenti. Ritiene possibile un dialogo tra la Chiesa cattolica e l’Islam? “Per quel che riguarda il rapporto con l’Islam temo una apocalisse, perché l’Occidente non si sta preparando per affrontare la crisi. L’Islam stesso è molto diviso per cui è difficile sapere qual è l’Islam con cui prendere contatto e stabilire un dialogo. C’è l’Islam non estremo e non violento. Ma c’è anche la frangia violenta dell’Islam con la quale risulta difficile dialogare. Comunque ci sono inquietudini tra gli intellettuali islamici e la ricerca di porte di dialogo. L’unica via possibile è il dialogo, non ci sono altre strade. Il Papa insiste molto su questo punto. Dobbiamo difendere il dialogo a tutto campo. I cristiani non devono smettere di cercare un dialogo con coloro che ci sono vicini, con la comunità islamica che vive nelle nostre città, accanto a noi. Bisogna conoscerla e rispettarla”.