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Questione di cittadinanza” “” “

Si spera che l’appartenenza all’Ue aiuti a risolvere i grandi problemi” “” “

Cittadini europei, con tanti problemi e altrettante attese. Dal 1° maggio l’Unione ha ampliato i confini verso Est, passando da 15 a 25 Stati membri. Fra questi la Lettonia, Paese baltico a suo tempo parte integrante dell’Unione sovietica. Come si vive a queste latitudini il rapporto con Bruxelles? Quali le necessità primarie della nazione anche in rapporto alle istituzioni comunitarie? Gianni Borsa, inviato SIR a Bruxelles, lo ha chiesto a JEGORS JEROHOMOVICS , corrispondente presso l’Ue del “Business and the Baltics”, il principale quotidiano economico di lingua russa diffuso in Lettonia, Lituania ed Estonia. Nell’Unione da pochi mesi: i lettoni si sentono già “cittadini europei”? “Sì, alcune persone si sentono veramente cittadini europei ora, ma non sono molto numerose. Si tratta per lo più di gente che conosce l’Ue, specialmente giovani; essi avvertono maggiori possibilità di studio e di lavoro all’estero, per fare esperienze internazionali, per viaggiare e apprendere cose nuove. Per loro l’Unione rappresenta una nuova opportunità. Ma io penso che la conoscenza complessiva dell’Unione nel nostro Paese sia modesta e molta gente, soprattutto chi vive lontano dalla capitale Riga, non ha nemmeno le nozioni di base della comunità. Inoltre in Lettonia c’è il problema del grande numero di ‘non-cittadini’, individui soprattutto di origine russa, minoranze non tutelate. Su una popolazione di 2,3 milioni di persone, sono 481mila: finché non saranno pienamente cittadini lettoni, non potranno esserlo dell’Ue”. Qual è la situazione economica e sociale? La Lettonia necessita di aiuti comunitari per il proprio sviluppo interno? “Ci sono diversi problemi da affrontare, il più serio dei quali è legato alla crescita economica. La prima conseguenza della rapida trasformazione dell’economia nazionale da industriale a terziaria è l’elevato livello di disoccupazione. La produttività del lavoro è molto limitata e il reddito pro capite è uno dei più bassi dei paesi di nuova adesione: circa un terzo della media Ue. I salari e le pensioni in Lettonia non reggono il passo dei prezzi. Inoltre si evidenziano numerose disparità regionali all’interno del paese. La Lettonia spera dunque di avere maggiori fondi dall’Unione sia per lo sviluppo economico che per quello sociale. È poi convinzione diffusa che l’agricoltura locale abbia sofferto molto, abbia cioè avuto svantaggi dall’ingresso nell’Unione. I contadini non sono soddisfatti per le negoziazioni, ritenute discriminatorie, avvenute tra il governo nazionale e Bruxelles. È difficile per loro far crescere il settore dovendo rispettare gli standard di qualità e di sviluppo imposti dall’Ue. Allo stesso modo le piccole e medie imprese sono preoccupate di non riuscire a competere con quelle degli altri Paesi. Per concludere citerei la disoccupazione e la questione demografica: il tasso di mortalità è elevato mentre quello di fertilità resta molto basso”. Quali le attese nei confronti dell’Ue per democrazia, pace, diritti? “In Lettonia si spera che la democrazia possa essere rafforzata dopo che il Paese ha raggiunto l’Unione. Ciò vale inoltre per la tutela della pace, tenuto conto che il Paese ha aderito anche alla Nato. La difesa dei diritti umani è poi un ulteriore e importante settore. Per i cittadini lettoni di altra origine (come appunto i ‘non-cittadini’) l’appartenenza all’Unione può significare protezione dei propri interessi al più alto livello delle istituzioni comunitarie, fra cui i diritti sociali. Da noi i diritti delle minoranze (900mila persone sul totale della popolazione, di cui 670mila di origine russa istruzione dimostrano che l’Ue non ha però tutelato a sufficienza tali interessi e non ha dato sostegno alla campagna organizzata dall’unione delle organizzazioni politiche ‘Per i diritti umani in una Lettonia unita’. Secondo questa riforma, che entrerà in vigore dal prossimo 1° settembre, nelle scuole in cui sono presenti consistenti minoranze, il 60% delle ore di lezione si dovrebbe svolgere in lingua lettone, il 40% nelle lingue di tali minoranze. Ma le scuole non sono pronte, mancano professori preparati per insegnare le materie nelle diverse lingue. Per queste ragioni la scorsa settimana un gruppo di persone del mondo della scuola ha manifestato al Parlamento europeo di Strasburgo”.