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Per vincere la solitudine” “” “

Le visite pastorali ” “alle famiglie dal 1850 ad oggi” “” “

Tre schemi di intervento per promuovere e razionalizzare le visite pastorali alle famiglie, dal 1850 punto centrale della strategia della Chiesa cattolica inglese che oggi vede la pratica religiosa in forte declino. È quanto PAUL HYPHER , già parroco nella diocesi di East Anglia, ha elaborato in alcune delle parrocchie, rurali, suburbane e urbane da lui guidate attraverso gli anni. Li presentiamo, insieme ad una sua riflessione ospitata dalle colonne del numero di luglio della rivista “Priests and People”. UNA PRATICA IN DECLINO. “La dissoluzione delle comunità cattoliche, la crescente marginalizzazione della fede e della religione nella società e il cambiamento degli stili di vita” hanno causato “tra i cattolici un progressivo allontanamento dalla pratica religiosa che, a partire dal 1975, si può stimare intorno al 2% per ogni anno” annota Hypher, rimarcando che “oltre il 20% della popolazione del Paese vive oggi da sola e i fallimenti matrimoniali sono tra i più numerosi in Europa”. Un diffuso senso di solitudine che “rende le persone fragili ed ansiose”; particolarmente avvertito “il timore della morte, dell’abbandono, del fallimento e del rischio di povertà”. Per il sacerdote “mai come oggi uno stretto contatto tra Chiesa e fedeli sarebbe necessario e potenzialmente ricco di frutti”, eppure, proprio ora, “la visita regolare alle famiglie conosce una profonda crisi”, a causa della agenda dei preti “fitta di impegni” nonché del loro costante calo numerico. QUALI RIMEDI? Innanzitutto, suggerisce Hypher, individuare gli obiettivi da perseguire che riassume sostanzialmente in tre schemi: uno di semplici contatti con la parrocchia, un altro di buon vicinato, un altro ancora di vera cura pastorale. Il primo punto prevede “semplicemente di garantire che ogni abitazione venga visitata almeno tre/quattro volte l’anno”; il secondo si prefigge “di creare unità tra i parrocchiani con Messe celebrate nelle case e gruppi di preghiera”, e di promuovere “rapporti di buon vicinato che prevedano anche il trasporto a Messa di persone in difficoltà, o altri servizi come la spesa o il ritiro delle pensioni”. L’ultimo, infine, “si propone di integrare l’attività dei sacerdoti assicurando regolari visite pastorali e amministrazione dei sacramenti a domicilio”. Tre diversi programmi che “richiedono differenti approcci di reclutamento, addestramento e supervisione”. Per Hypher, “è essenziale, innanzitutto, che ogni parrocchia individui lo schema più adatto e praticabile per sé”. Di qui la necessità del “discernimento dei propri bisogni attraverso strette consultazioni con il consiglio parrocchiale e con tutte le realtà esistenti al suo interno”. Un’informazione che deve “essere costantemente aggiornata”; un vero e proprio “data base pastorale completo e riservatissimo” che comprenda anche “i nominativi del ‘personale’ chiave e gli elenchi delle famiglie con i relativi indirizzi”. L’ESPERIENZA SUL CAMPO. “Le persone (circa 30) che prendono i primi contatti con le unità familiari e i ‘visitatori’ sono sempre stati accuratamente selezionati – racconta il sacerdote ripercorrendo la propria esperienza -; non abbiamo cercato volontari, ma gente di buon livello culturale e intellettuale, ricca di umanità e, soprattutto, riservata, che abbiamo assunto con contratti a tempo determinato”. “Fornire informazioni ai parrocchiani ed eventualmente riavvicinarli alla parrocchia; assumersi l’impegno di promuovere rapporti di buon vicinato e, nel caso degli operatori pastorali, assistere i parrocchiani più vulnerabili”: questi i compiti delineati da Hypher che afferma l’importanza di “dare priorità, nelle visite, ai nuovi arrivati nella comunità parrocchiale”. Per tutti gli operatori “sono indispensabili formazione e continuo aggiornamento” effettuati attraverso “momenti di riflessione e preghiera, insegnamento delle linee-guida della spiritualità e della cura pastorale, tecniche di base per le visite alle famiglie, accoglienza e ascolto”. Anche il monitoraggio dell’attività e dei risultati deve essere costante. A coordinare il programma in ogni parrocchia il parroco, il direttore del progetto e il responsabile del database. Utili, infine “una rivista parrocchiale o materiali informativi” che possono costituire “validi motivi per le prime visite alle famiglie”. Tutti i “visitatori”, conclude Hypher, devono “essere in possesso di una dichiarazione dell’Ufficio della polizia criminale che attesti che essi non costituiscono un rischio per la comunità” oltre ad analoga dichiarazione “dell’Ufficiale parrocchiale per la protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili”.