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In Europa 3 milioni e mezzo ” “di immigrati dell’Est. Previsti 220.000 spostamenti l’anno” “
Prima dell’adesione dei dieci nuovi Paesi membri si stimava nell’Ue una presenza di immigrati dell’Est di 3 milioni e mezzo di persone, un sesto dei 20 milioni di immigrati presenti nell’Unione. Secondo dati del 2000-2001 i Paesi con il più alto numero di immigrati dall’Est sono la Germania, con 1.990.148 presenze (il 57,65 del totale europeo); l’Italia, con 457.068 presenze (il 13,2%), l’Austria (395.461, il 10% del totale), la Spagna (145.327, il 4,25). “Il loro aumento avverrà in misura ridotta rispetto agli anni ’90, ma secondo uno studio recente della Fondazione per la promozione della condizione di vita e di lavoro di Dublino dovrebbe emigrare in Occidente l’1% della forza lavoro, circa 220.000 persone l’anno”. Sono alcuni dei dati contenuti nel volume “Europa. Allargamento a Est e immigrazione” curato dalla Caritas italiana e presentato a Roma il 22 giugno. Il volume, che ha coinvolto 33 autori, tra cui 10 dall’Est Europa, presenta dati e diverse analisi sui flussi migratori. Una Europa meno egoista e più comprensiva. “Il volume è stato voluto spiega mons. VITTORIO NOZZA, direttore della Caritas italiana – per togliere l’evento del 1° maggio 2004 dal novero degli avvenimenti che nascono e muoiono mediaticamente nello spazio di pochi giorni. Si tratta invece di un evento di eccezionale portata e dalle implicazioni coinvolgenti. L’Europa allargata può e deve servire, innanzitutto, per ripartire in maniera più equilibrata le risorse disponibili tra i Paesi, per tutelare meglio i lavoratori in patria e anche i migranti che si spostano”. Per PREDRAG MATVEJEVIC, dell’Università di Roma “La Sapienza” sarebbe auspicabile che l’Europa del futuro “fosse meno eurocentrica di quella del passato, più aperta agli altri e meno egoista dell’Europa delle nazioni, più consapevole di se stessa e meno incline all’americanizzazione, più comprensiva che arrogante”. Nuovi ingressi nell’Ue, caratteristiche e problemi. Lo studio suddivide l’Europa “in tre cerchi concentrici, con caratteristiche e problemi differenti”: nel primo cerchio si collocano i nuovi Stati membri, che già godono del diritto alla libera circolazione, seppure attualmente con qualche limitazione nel settore del lavoro dipendente”. “Prolungare le normative restrittive suggerisce la Caritas italiana – è poco funzionale, tanto più che l’arma dell’espulsione nei loro confronti è spuntata; sarebbe più opportuno un raccordo per l’utilizzo ottimale della manodopera”. Il secondo cerchio riguarda gli Stati che diventeranno membri dell’Unione a breve termine (Romania, Bulgaria, Croazia) o a più lungo termine, come i paesi balcanici. La Caritas consiglia di coinvolgerli “in un rapporto di partnership, l’unica in grado di allentare la pressione migratoria e di preparare il futuro in maniera armoniosa”. Un caso a sé costituisce la Turchia, che “pone in termini innovativi la convivenza con la religione musulmana”. Nella terza cerchia vi sono invece Paesi come la Russia, l’Ucraina, la Moldavia e la Bielorussia. A questo proposito, fanno notare i curatori del volume, “sarebbe una disfatta ridursi a considerare la frontiere nient’altro che una barriera anziché un’occasione di scambio: anche a livello istituzionale si ravvede la necessità di una nuova politica, per così dire di vicinato allargato”. Libera circolazione e “flussi di transito”. La meta più ambita per i migranti irregolari si legge nel volume sembra essere la Germania, che nel 2001 ne ha arrestati 28.500, dei quali uno su cinque veniva dalla Romania o dalla ex-Jugoslavia. Ma anche l’Austria e l’Italia “sono fortemente coinvolti”. E si verifica anche il fenomeno dei “flussi di transito”, ossia la scelta dei migranti, nonostante le frontiere chiuse, di fermarsi in Paesi terzi per periodi di durata variabile in attesa di raggiungere gradualmente la meta in occidente. Questo crea preoccupazioni nei governi dell’Ovest rispetto alla libera circolazione dei lavoratori prevista dall’adesione all’Ue. In realtà “solo una porzione di questi flussi riesce a concretizzare il trasferimento in occidente e i restanti si insediano e trovano inserimento nell’economia sommersa del Paese che doveva fungere da transito o sviluppano attività commerciali e scambi regionali in attesa del momento migliore per il successivo trasferimento”. In ogni caso, conclude la Caritas, “l’allargamento dovrà affrontare una sfida impegnativa: da una parte evitare di tracciare una nuova cortina che divida quello che è il tradizionale equilibrio regionale dell’est europeo e, dall’altra, gestire un nuovo confine esterno potenzialmente molto permeabile”.