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La crisi europea rivela la mancanza di identità politica dei 25 ” “” “
Il summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue, convocato per il 16 e 17 giugno a Bruxelles, ha rappresentato una delle fasi più delicate del percorso verso l’unità continentale: il serrato dibattito sul Trattato costituzionale si è incrociato con quello riguardante le Prospettive finanziarie dei 25 e i due argomenti sono diventati, di fatto, i soli al centro delle trattative che sono terminate con un nulla di fatto. Europa in crisi? E come fare per superarla? Lo abbiamo chiesto a mons. HIPPOLYTE SIMON , arcivescovo di Clermont e Vice-presidente della Comece. Quale impressione dopo il fallimento del vertice europeo di Bruxelles? “Spero che si tratti di una crisi passeggera e che i responsabili politici possano trovare una soluzione. Lo abbiamo detto anche in un testo della Comece: una crisi può sempre portare qualcosa di nuovo se si trovano i modi per superarla. È rivelatrice di un problema e in quanto tale può stimolare un approfondimento, una riflessione e la ricerca della migliore soluzione possibile”. Una crisi rivelatrice di un problema. Quale, secondo lei? “I meccanismi decisionali: passando da 15 a 25, è certamente più difficile oggi per l’Ue trovare un accordo. Questa crisi rivela che non c’è ancora in Europa un’identità politica e che oggi l’accordo deve essere preso dall’insieme di 25 Paesi differenti. Certamente non è la prima crisi che l’Europa vive. Sono 40 anni che emergono simili questioni”. Manca sostanzialmente la fiducia nel progetto europeo? “Sì, perché è cambiata la percezione dello scopo primario dell’Europa che era innanzitutto la pace e negli anni ’60-80 le minacce contro la pace erano molto più forti. Certo, oggi c’è il terrorismo ma i popoli europei hanno superato quella terribile paura che dopo la seconda guerra mondiale era generata dalla guerra fredda tra i due blocchi. Quindi la percezione del fine primario dell’Unione europea è meno sensibile. E questo rende oggi l’Europa più debole nella concezione che ha di se stessa. La gente crede che la pace non sia più un problema. Ma la pace è un bene fragile. Guardiamo per esempio a quanto è successo in Jugoslavia, presentata per anni come modello di autogestione ma dove la situazione è degenerata nel giro di qualche anno. Questo dimostra quanto fragile sia la pace”. Perché la Chiesa è così attenta all’Europa? “Perché il messaggio della Chiesa è la pace e il continente che è stato più cristianizzato è l’Europa. La Chiesa vuole che l’Europa sia esemplare dal punto di vista della pace e della promozione allo sviluppo degli altri popoli. Noi, come Chiesa, ci aspettiamo molto dall’Europa su questi due fronti. D’altronde l’Europa è uno dei continenti più ricchi e sviluppati. Il compito della Chiesa è annunciare Cristo il Risorto e servire la pace tra gli uomini. La nostra speranza è che il metodo comunitario europeo che ha dato prova per 60 anni, con la fine della seconda guerra mondiale, l’unificazione dei due blocchi e la caduta del muro di Berlino in modo pacifico, possa portare ancora tanti frutti per tutti. Abbiamo quindi molto attese da questo continente che ha molto ricevuto e che ora molto deve dare”. Non crede che c’è una profonda crisi economica che spinge le nazioni a chiudersi in se stesse piuttosto che ad aprirsi agli impegni europei? “Credo che non debba essere l’Europa a fare tutto. C’è anche un principio di sussidiarietà che rimanda alla responsabilità di ogni Paese. Nell’Europa a 25, ci sono situazioni economiche molto differenti. La situazione della disoccupazione, per esempio, non è la stessa in Svezia, in Inghilterra, in Francia. Non bisogna quindi dimenticare che su queste questioni c’è una responsabilità nazionale”. Dopo il no della Francia e dell’Olanda e il fallimento del vertice di Bruxelles si ha l’impressione che l’Europa faccia fatica a credere in se stessa. Quale ruolo può giocare la Chiesa? “Una delle questioni fondamentali è che i popoli hanno storie differenti. E questa diversità chiede a ciascun popolo di conoscere la storia dell’altro. La Chiesa, da questo punto di vista, può svolgere un ruolo decisivo, proprio per la sua vocazione cristiana che unisce popoli differenti nella stessa fede in Cristo. Pensiamo, per esempio, ai pellegrinaggi, agli scambi, agli incontri come le Gmg. Sono iniziative religiose e spirituali ma rappresentano anche occasioni preziose per conoscere storie di culture e popoli diversi. Si pensi poi all’impegno delle Chiese in campo ecumenico e ai dialoghi tra mondo cattolico, ortodosso, protestante e anglicano. Si guardi a quanto si è fatto nei Balcani, contribuendo nel dialogo con musulmani, ortodossi e cattolici ad estirpare i germi del conflitto. L’Europa, prima di essere un grande mercato, è uno spazio di volontà spirituale”.