rassegna delle idee" "
Cristiani e musulmani in Europa: una nota di Civiltà Cattolica ” “” “
“Preparare il terreno, evitare errori, promuovere gli aspetti positivi”: secondo il padre gesuita EDMOND FARAHIAN, sono questi i passi da compiere nel dialogo tra cristiani e musulmani in Europa per l’affermazione di “un’identità europea arricchita, che dovrà avere come denominatore comune il rispetto della libertà di coscienza e della dignità della persona umana, e soprattutto il rispetto reciproco” cosicché “tutti gli abitanti” del continente, pur diversi tra loro, possano “riconoscere che in Europa si trovano a casa propria”. Nell’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica” (giugno 2005), quindicinale dei gesuiti italiani, padre Farahian si sofferma sull’importanza dell’integrazione dei musulmani nell’Unione europea a 25 dove l’islamismo è ormai la seconda religione. Integrazione che “spesso crea problemi, soprattutto quando ci si trova davanti alla seconda e alla terza generazione” osserva, “perché si complica con l’innestarsi di “problemi socio-economici e rivendicazioni”. I musulmani in Europa (compresa la Russia) sono circa 20 milioni. NO AI “MONDI ERMETICI”. “Non poche le difficoltà” degli europei verso aspetti della cultura islamica, come “il caso del velo, la cosiddetta violenza della militanza musulmana fondamentalista, la rivendicazione di aule scolastiche separate per ragazzi e ragazze, il rifiuto di alcune donne di farsi visitare da medici uomini” esemplifica il gesuita: “su casi come questi – annota – iniziano le divisioni o si fanno pesanti i rapporti fra le due parti”. Di qui la necessità di “affrontare questi problemi con franchezza perché tra i due gruppi si rinsaldino rapporti interpersonali di amicizia che saranno la base del futuro dialogo religioso tra cristiani e islamici in Europa”. Dopo aver citato anche le “interferenze”, ovvero le ricadute negative sull’immagine dei musulmani presso l’opinione pubblica legate ad avvenimenti internazionali come gli attentati legati al fondamentalismo, padre Farahian afferma che “occorre compiere ogni sforzo per evitare” che europei e “immigrati musulmani prendano strade diverse” perché “la formazione di piccoli mondi ermetici sarebbe molto dannosa”. Tre, allora, le sue indicazioni. FARE PROPRIA LA CULTURA EUROPEA. Innanzitutto “preparare il terreno, cioè evitare le discussioni ideologiche con giudizi sferzanti”. “Gli europei non devono sostituirsi ai musulmani e rispondere al loro posto – avverte -. Allo stesso modo, i musulmani non devono” affermare che “negli europei tutto deriva dalle deviazioni dovute alla modernità”. Non si tratta unicamente di dettare norme, “ma occorre creare un clima”. Per padre Farahian “i fedeli islamici dovranno assumersi le proprie responsabilità approfondendo la loro religione e storia per non cadere nella trappola” dell'”unica forma dell’islam” sostenuta da altri musulmani che pretendono di imporla a tutti. Da questo assunto, pur “senza abbandonare nulla della loro fede”, i musulmani residenti in Europa dovranno “compiere senza timori opera di apertura e di modernità” senza assolutizzare “la propria cultura di origine”, nei confronti della quale “sono chiamati a discernere quanto distaccarsi per assumere la cultura europea e farla anche propria”. FEDERAZIONE DELLE MOSCHEE. È necessaria, inoltre, “una migliore conoscenza reciproca” per ricordare “a tutti, musulmani e non musulmani, che ci sono stati tra loro periodi di convivenza caratterizzati da grandi progressi culturali”. Secondo padre Farahian “gli europei del passato hanno potuto essere violenti”, ma “non bisogna spiegare la situazione attuale come se dipendesse soltanto dal colonialismo o dalle crociate”. Occorre, piuttosto, “affinare i giudizi ed evitare gli estremismi”. Quanto agli aspetti più propriamente religiosi, il gesuita avanza la proposta di “attuare una struttura globale che permetta il funzionamento delle diverse realtà musulmane nella maniera più trasparente possibile”, e che preveda “la formazione in Europa del personale religioso, imam (guide della preghiera) e ulema (saggi) responsabili spirituali della comunità”. Requisiti minimi, “l’essere almeno bilingui e la capacità di occuparsi di tutti i musulmani presenti nella regione”. Padre Farahian suggerisce inoltre la creazione in Europa di “una grande federazione di tutte le moschee, non per controllare la religione musulmana, ma perché essa possa essere liberamente praticata, secondo i suoi principi e senza interferenze indotte”. UNA NUOVA IDENTITA’. Importante, infine, la presenza di mediatori culturali “con il compito di spiegare agli europei le difficoltà degli immigrati musulmani e, dall’altro lato, di favorire la comprensione da parte degli immigrati di ciò che si richiede loro per non essere inutilmente diversi dagli altri”. Per il gesuita “una nuova identità europea dovrebbe così potersi affermare” all’interno di un progetto cui sono chiamati senza esclusioni “tutti gli abitanti del continente”. “Un’impresa che non si realizzerà in un giorno, ma richiederà del tempo” conclude, e alla cui riuscita “il dialogo islamico-cristiano potrà contribuire” in maniera significativa.