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“L’Unione europea sta vivendo una profonda crisi”: ha dichiarato Jean-Claude Juncker, dopo che nella tarda serata del 17 giugno i dibattiti di Bruxelles sulle prospettive finanziarie dell’Unione per il periodo 2007-2013 si sono conclusi con un fallimento. I segnali c’erano, perché a volte i capi di Stato e di Governo prendono importanti decisioni senza pensare alle conseguenze che queste determinano. È stato il caso del dicembre 1999 quando, ad Helsinki, sotto pesante pressione americana, decisero di assegnare alla Turchia lo “status” di candidato per divenire membro dell’Unione. Un secondo caso avvenne con la messa al bando dell’Austria per la partecipazione di un partito popolare di destra al governo di Vienna. Il venir meno della fiducia è proseguito con la violazione del patto di stabilità da parte della Germania e della Francia, così come con altre decisioni e atti che mostrano che i capi di Stato e di Governo non realizzano ciò che promettono. Un esempio viene dalla “strategia di Lisbona” per la quale si rilasciano dichiarazioni sul piano europeo che non vengono rispettate in ambito nazionale. Davanti a questi fatti, caratterizzati da una mancanza di fiducia reciproca fra i responsabili, da un’assenza di direzione e di orientamento e, di conseguenza, da una perdita di fiducia da parte dei cittadini nei confronti dei responsabili, si è diffuso un malcontento, una frustrazione che si rivolge contro il sistema politico, la politica, la classe politica e le stesse istituzioni. Si aggiungono le preoccupazioni per l’ampliamento dell’Ue, da una parte, e la politica sociale, dall’altra. Si teme che il primo metta in grave difficoltà la seconda, con conseguenze negative per il sistema di sicurezza sociale e il mercato del lavoro. Purtroppo sono trascorsi molti anni senza che venissero attuate le riforme necessarie, in particolare nei Paesi più forti (Francia, Germania e Italia) per rilanciare economia e lavoro. Tutto ciò, comunque sia, non cambia il fatto che i Paesi dell’Europa occidentale stanno meglio dal punto di vista materiale, economico e sociale rispetto a quelli dell’Europa centrale e orientale, i cui capi di Stato e di Governo, la sera del 17 giugno a Bruxelles, si sono dichiarati disponibili a rinunciare a determinati vantaggi finanziari a favore di una soluzione comune, mentre i capi dei Paesi molto più ricchi dell’Europa occidentale insistevano egoisticamente sui propri vantaggi. Jean-Claude Juncker ha trovato, a ragione, tutto ciò vergognoso. Tuttavia la lezione di dignità, impartita dai nuovi e poveri Stati membri ai vecchi e ricchi Stati dell’Unione, è il segno di speranza che emerge da questa crisi. Come è già successo con le crisi precedenti nell’ambito del processo di unificazione europea, anche quella attuale può portare a una riflessione e a una dinamica che condurrà a nuova fiducia, a una più salda solidarietà, che renderà possibile la risoluzione dei problemi che affliggono gli europei.