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Summit di Bruxelles: ” “una delle fasi più delicate ” “della storia comunitaria” “
Le nobili motivazioni che hanno sostenuto mezzo secolo di integrazione europea sembrano lasciare il campo agli interessi nazionali; ci si dichiara preoccupati per la mancata ratifica della Costituzione in Francia e nei Paesi Bassi, ma si opera soprattutto per ottenere vantaggi dal bilancio comunitario. Il summit dei capi di Stato e di governo dell’Ue, convocato per il 16 e 17 giugno a Bruxelles, è coinciso con una delle fasi più delicate del percorso verso l’unità continentale: il serrato dibattito sul Trattato costituzionale si è incrociato con quello riguardante le Prospettive finanziarie dei 25 e i due argomenti sono diventati, di fatto, i soli al centro delle trattative. SETTIMANA DI INCERTEZZE E DECISIONI RINVIATE. È stata una settimana tutta in salita per JEAN-CLAUDE JUNCKER, premier lussemburghese e presidente di turno del Consiglio europeo. Dopo il fallimento dei referenda francese e olandese, l’Unione cercava un rilancio durante il summit dei leader politici. All’ordine del giorno erano dunque inscritti la strategia per rilanciare il processo di ratifica della Magna Charta e il bilancio pluriennale della comunità. Su quest’ultimo tema si sono scontrati i forti interessi nazionali, con in prima fila Gran Bretagna, Francia e Germania. A Junker spettava il compito di far quadrare i conti, ma egli ha più volte ribadito: “Non vedo ragioni di ottimismo. A Bruxelles siamo chiamati a un accordo, eppure il clima non è dei più adatti”. Allo stesso Juncker va riconosciuta una grande capacità di mediazione: occorrerà attendere la conclusione del summit per capire se essa avrà portato a risultati concreti. Appare certo, però, che questo incontro al vertice passerà alla storia come quello delle decisioni rinviate. LE RICHIESTE INGLESI, LE POSIZIONI FRANCESI. Tra i protagonisti della settimana politica europea e del vertice Ue va certamente annoverato il premier INGLESE TONY BLAIR. La Gran Bretagna aveva infatti anticipato che non avrebbe “ceduto una sola sterlina” del rimborso annuale sul budget comunitario che le spetta dal 1984, a suo tempo ottenuto da Margaret Thatcher. Dato che il Regno Unito godeva allora di minori contributi all’agricoltura e di una precaria situazione economica, Londra ebbe questo sostanzioso “sconto”: in realtà Blair si è detto disponibile a rinegoziarlo, purché “sia rimessa in discussione l’intera struttura del bilancio a partire dalla Pac” (Politica agricola comune), diminuendo i fondi annualmente concessi all’agricoltura, “la quale ottiene il 40% delle risorse dell’Unione, pur occupando solo il 2% della popolazione attiva”. Dal canto suo JACQUES CHIRAC, presidente francese, ha spiegato che non intende cedere sul versante dei sostegni alla propria agricoltura, pur chiedendo a Blair di “fare un passo indietro sullo sconto alla contribuzione finanziaria”. Ogni governo ha quindi gettato sul tavolo delle trattative gli interessi nazionali: l’Italia insiste affinché non siano ridotti i fondi per le regioni meridionali, così come i nuovi Stati membri chiedono finanziamenti adeguati per sostenere le economie e lo sviluppo sociale e per realizzare infrastrutture. Sei Stati, con in testa i Pesi Bassi, ribadiscono la volontà di limitare i contributi nazionali al bilancio dell’Unione all’1% del Prodotto interno lordo, nonostante il fatto che la Commissione e il Parlamento abbiano già predisposto cifre superiori, per ottemperare agli impegni assunti con i nuovi aderenti, con i futuri membri Romania e Bulgaria, e per dar corso a tutte le politiche comunitarie. UNA PAUSA DI RIFLESSIONE. L’orientamento di fondo nell’Unione di oggi è dunque quello dei rinvii. In un contesto reso incandescente dai “no” alla Costituzione, dai continui sondaggi che danno in crescita gli “euroscettici” in Lussemburgo, Danimarca, Irlanda, Repubblica Ceca e Polonia (prossimamente chiamati a ratificare il Trattato), dal rimando sine die del referendum in Gran Bretagna, i capi di Stato e di governo preferiscono posporre le decisioni a un Consiglio straordinario da tenersi in autunno. Il presidente della Commissione, il portoghese JOSÉ MANUEL DURAO BARROSO, lo aveva chiesto prima del summit: “Prendersi un momento di riflessione è l’unico modo per salvare la Costituzione. Proseguire come se niente fosse porterebbe ad altri ‘no'”. D’altro canto Barroso rilancia: “L’Unione non si ferma né si paralizza. La strada dell’integrazione è necessaria”. A proposito del bilancio, il capo dell’esecutivo precisa che “un accordo imperfetto è preferibile a un altro fallimento. La Commissione vorrebbe che il Consiglio valutasse una clausola di revisione al Consiglio europeo di fine 2008 riguardo alle Prospettive finanziarie”. Da Blair, che assumerà la guida semestrale dell’Ue il 1° luglio, giunge quindi un messaggio conciliante: “Penso che sia importante prendere coscienza della necessità di un approfondito dibattito sull’avvenire dell’Europa”. Ecco perché “è doveroso sedersi attorno a un tavolo e pensare come rendere l’Europa più vicina alle preoccupazioni della gente”.