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Amarezza e preoccupazione a 10 anni dalla firma degli accordi di Dayton” “” “
Sono passati quasi dieci anni dalla fine del conflitto serbo-croato-bosniaco e dagli accordi di Dayton, che di fatto hanno “disegnato” la nuova Bosnia. Ma la strada per la pace e la riconciliazione è ancora lunga: “oggi ci troviamo alle prese con una cristallizzazione delle ingiustizie causate dalla guerra dice all’inviato del Sir, Marco Ferrando, mons. Ivo Tomaseviç , segretario del vescovo di Sarajevo card. Vinko Puljic durante gli anni dell’assedio (1992/95) e ora segretario della Conferenza episcopale della Bosnia-Erzegovina -. Una riorganizzazione dello Stato è necessaria e invocata da tutte le parti: ma non con queste premesse”. Gli accordi di Dayton (21 novembre 1995) hanno dato vita a un nuovo Stato federale bosniaco, composto da una Confederazione croato-musulmana (comprendente il 51% del territorio, tra cui Sarajevo e Mostar) e dalla Repubblica Serba, a maggioranza serba ortodossa. CATTOLICI, SITUAZIONE CRITICA. Senza un giornale a copertura nazionale, senza un’emittente televisiva, con una lingua di fatto “boicottata” dallo Stato. È sempre più critica la situazione dei cattolici di Bosnia, una delle tre etnie che compongono l’intricato puzzle deciso a Dayton sotto la supervisione della comunità internazionale. “Occorre agire, e agire in fretta è l’appello di mons. Tomaseviç, giornalista, che a Sarajevo ha anche avviato un’agenzia di stampa . I cattolici stanno continuando a lasciare il Paese, il processo di emigrazione è drammaticamente in corso: la Chiesa sta perdendo i suoi fedeli e, senza la Chiesa in Bosnia, è a rischio l’intero Occidente”. Il problema dei cattolici, quasi interamente di origine croata, è quello di trovarsi minoranza pressoché ovunque all’interno dei confini del Paese: minoranza dietro ai musulmani a Sarajevo e nel resto del territorio della Federazione di Bosnia-Erzegovina e minoranza nella Repubblica Srpska (con capitale Banja Luka), dove i serbi ortodossi hanno ottenuto dalla Comunità internazionale un’enclave di fatto. Le proporzioni sono rovesciate solo a Mostar, dove tuttavia vige un sistema di “parità istituzionale” che assegna ai cattolici, nonostante siano i più numerosi, lo stesso peso politico di musulmani e ortodossi. Le mete privilegiate dai profughi cattolici sono oltre alla vicina Croazia l’Austria, la Germania e la Svezia. Ma anche il Canada, gli Stati Uniti o l’Australia, dove le famiglie possono contare su un legame parentale o ancora più spesso su permessi di soggiorno “facili”, per lo più per motivi di lavoro (le professionalità più richieste sono quelle para-infermieristiche e tecniche). “Il problema interviene ancora mons. Tomaseviç è che si tratta di un processo irreversibile. Nella maggior parte dei casi chi parte non ritorna più: è triste constatarlo, ma al di fuori della Bosnia per un cattolico la vita è più facile”. L’appello della chiesa. Di qui l’appello della Chiesa, che chiede al mondo di guardare alle discriminazioni ancora oggi attuate nell’area balcanica e al tempo stesso di fermare una pulizia etnica che, seppur in modo non violento, di fatto a dieci anni dalla fine della guerra non sembra essersi ancora conclusa. “Anzitutto rileva il segretario della Conferenza episcopale va sciolto il nodo dell’uguaglianza dei diritti. Formalmente le tre etnie sono sullo stesso piano, ma la realtà è ben diversa. E gli esempi non si contano: perché, ad esempio, non ci vediamo riconosciuta la facoltà di parlare e scrivere in croato? Si tratta di una lingua autonoma, che va tutelata dalle istituzioni. Un’altra discriminazione enorme si trova nel panorama massmediatico, quasi interamente spartito tra serbi e musulmani; il risultato? Nei rari casi in cui viene trasmessa una Messa, il commentatore è di fede islamica”. Squilibri etnici ed economia. Secondo Tomaseviç i problemi economici (la disoccupazione è intorno al 50%) e politici, con un governo-fantoccio che esegue quanto deciso dall’Alto rappresentante della Comunità internazionale, hanno una radice e una causa comune, che sono gli squilibri etnici; un continuo braccio di ferro che blocca la vita quotidiana del Paese, come dimostra il mancato accordo reso noto il 17 maggio scorso per la costituzione di un corpo di polizia unico, con potestà su tutto il territorio nazionale. “Quello etnico è un problema non risolto, che non potrà essere superato conclude Tomaseviç finché tutti gli attori in scena non avranno il coraggio di fare chiarezza sull’attuale stato delle cose. E di spendersi per il riconoscimento dei diritti e del perdono reciproco, come ha sempre invocato Giovanni Paolo II. Senza perdono non ci sarà mai né fiducia né futuro”.