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Timore e speranza” “

Reazioni dal mondo ecclesiale e culturale europeo” “” “

REGNO UNITO. “L’Unione europea continuerà a funzionare senza la Costituzione, come ha sempre fatto fino ad adesso” è la conclusione cui arriva Julie Smith docente di politica internazionale all’università di Cambridge e vice-direttore del Centre of international studies, all’indomani della bocciatura francese del Trattato costituzionale europeo. Interpellata dal Sir Smith si è detta convinta che “il risultato consentirà un tempo di riflessione”. In particolare adesso che il Regno Unito è chiamato dal 1 luglio ad assumere la presidenza dell’Unione europea, “il Governo Blair potrà gestire questa opportunità. Dal momento che ci sono molti leader europei impopolari presso i loro stessi cittadini, questo potrebbe essere il momento giusto per inserire il tema nell’agenda del semestre”. “Non credo – afferma – che il fallimento della Costituzione, ammesso che sia vero, sia necessariamente una cosa negativa. Potrebbe servire infatti a riaprire un vero e profondo dibattito tra i cittadini sull’Europa”. SPAGNA. “Un risultato preoccupante” ma che “apre di nuovo la porta alla riflessione sulle radici culturali e cristiane dell’Europa”. Ad affermarlo al Sir è Consuelo León, studiosa presso il Centro Internazionale Lavoro e Famiglia della scuola di Business Iese di Barcellona. Ad avviso di León, che collabora con l’ente di promozione sociale “Raval Solidari” di Barcellona, “il rifiuto dei francesi sta a dimostrare che l’opinione pubblica e il Governo siano molto lontani”. “Il ‘no’ – afferma – è frutto dell’insoddisfazione economica, della paura dell’ingresso di Turchia e della concorrenza forte con l’allargamento all’Est, per non parlare dello scontento sull’unione monetaria”. Tuttavia, conclude, “il voto negativo dei francesi non toglie nulla alla necessità che l’Europa rimanga unita, perché un’unione economica, politica e culturale forte è l’unico modo per essere alla pari con le grandi potenze del mondo ed essere un interlocutore all’altezza. Ora dovremmo ritrovarci a riflettere su che cosa unisce l’Europa, e sarà l’occasione per riaprire e analizzare tanti altri temi”. AUSTRIA. “Ora che la Francia ha votato contro – dice Paul Zulehner, teologo e decano della facoltà teologica cattolica dell’università di Vienna riferendosi al 55% dei “no” francesi al Trattato costituzionale europeo – si profila il voto assolutamente difforme e non omogeneo nei singoli Paesi tra le popolazioni da un lato e i governanti dall’altro. Nella sostanza si tratta di un passo indietro, poiché l’Europa si è in buona parte ri-nazionalizzata”. “Inoltre – aggiunge Zulehner – le fila dei fautori del “no” annoverano forze sociali che insieme non praticano una politica costruttiva: dai comunisti fino agli estremisti di destra passando attraverso gli oppositori alla globalizzazione”. Il teologo, esperto in questioni europee, annota come la scelta dei referendum nazionali implichi “che in alcuni casi la posta in gioco non sia il progetto Europa e il suo sviluppo quanto piuttosto un voto sui rispettivi governi e quindi su temi estranei all’Europa. Sarebbe stato meglio chiamare alle urne tutti i cittadini europei nello stesso giorno: in tal caso sarebbe stata l’Europa stessa a votare sulla sua nuova Costituzione”, obietta. “Può darsi che un rallentamento del processo di unificazione porti anche vantaggi”, come “l’occasione di armonizzare ancora meglio la libertà, la giustizia e la pace e quindi di fugare le paure dei molti che temono di perdere qualcosa a causa del processo di unificazione. Tuttavia, nonostante il “no” della Francia e di altri Paesi, il processo storicamente unico di un’Europa unita verrà portato avanti. Perché non esistono alternative”. CROAZIA. “Il voto francese, anche se molti cercano di diminuirne la portata non lascia dubbi: qualcosa nel progetto comune europeo non funziona”. È il parere di don Zeljiko Tanjic, docente di teologia fondamentale all’università di Zagabria, sul voto referendario francese. Che cosa non funziona? Si dice che i francesi sono preoccupati per i posti di lavoro, per il tenore di vita sociale, per il troppo liberismo della Costituzione, per il ruolo del loro Paese in Europa. Ci sono però anche coloro che sostengono che con questo voto si rivela una grande crisi spirituale che attraversa non soltanto la Francia, ma tutta l’Europa”. “La casa comune – a detta di don Tanjic – non è una mera questione dei trattati politici ed economici. Per sentirsi a casa c’è bisogno di qualosa di più rispetto alla politica e all’economia. L’Europa ha cercato di sistemare prima gli ‘affari’ politici ed economici piuttosto che ‘ritrovare’ la sua anima, non del tutto rappresentata nel Trattato costituzionale. Una strada sbagliata”. “Non lavorando abbastanza su questa base – conclude – presente e viva nell’opera dei padri fondatori, l’Europa rischia di perdersi di nuovo nei nazionalismi e xenofobie. In questo contesto la Chiesa sembra essere una delle poche ‘forze’ che in tutti Paesi si spende per l’Europa nonostante il mancato esplicito riconoscimento delle radici cristiane nel Trattato”. FRANCIA. “I francesi si sono serviti di questa opportunità per esprimere le proprie speranze e i propri timori. Mi dispiace soltanto che essi non lo abbiano fatto prima; ciò avrebbe consentito di dissipare almeno una parte di questi ultimi”. È quanto afferma in una nota il pastore Jean-Arnold de Clermont, presidente della Federazione protestante di Francia, commentando la vittoria dei “no” al referendum sul Trattato costituzionale per l’Europa. Ora, prosegue, “tutte le Chiese si trovano davanti ad una doppia responsabilità”. “In Europa, e particolarmente in Francia, la crisi sociale è grave” e di essa sono “egualmente responsabili la politica governativa così come la politica europea”. Per De Clermont “esse ritroveranno credibilità solo mettendo al centro del loro progetto l’occupazione, la protezione sociale e la solidarietà”. Esigenza di cui “le Chiese devono essere testimoni”. Esse inoltre, si legge ancora nella nota, “devono in modo particolare preoccuparsi che questo voto, che esprime una profonda aspirazione sociale, possa essere confuso con quello dell’estrema destra, dettato invece da chiusura identitaria, nazionalismo, xenofobia; atteggiamenti incompatibili con il messaggio delle Chiese” da sempre “pluraliste, aperte al dibattito e alla ricerca di vie di mediazione”. Per esse, conclude De Clermont, che “hanno il dovere di schierarsi al fianco degli immigrati e dei richiedenti asilo”, l’Europa “deve essere percepita come una speranza che si costruisce non sulla paura dell’altro, ma sulla condivisione realistica e sulla volontà di procedere insieme”. ITALIA. Il Trattato costituzionale dell’Unione europea rappresenta certamente uno sviluppo “importante e positivo”, anche se “il testo del Trattato, e spesso la politica concreta dei Paesi membri dell’Unione, non appaiono sufficientemente consapevoli sia delle radici cristiane dell’Europa e dell’autentico umanesimo di cui essa è portatrice, sia anche di quella unità di intenti e di quella capacità di aprirsi al futuro che gli sviluppi in corso nel mondo rendono sempre più urgenti e indispensabili”. Lo ha detto il card. Camillo Ruini, alla 54ma assemblea dei vescovi italiani che si è svolta in Vaticano il 30 e 31 maggio. “Solo per questa strada – ha affermato – l’unità dell’Europa potrà radicarsi davvero nel cuore delle popolazioni”. Concetto ribadito anche da mons. Giuseppe Betori, segretario generale della Cei, nella conferenza stampa conclusiva: “bisogna fare attenzione a che l’Europa non porti ad un appiattimento delle identità laddove non è necessario per il buon cammino verso il bene comune”. “Non conosco bene la situazione interna francese – ha dichiarato, a titolo personale, il Segretario generale – ma mi pare che l’identità dei popoli venga da loro gelosamente difesa. Ci sono temi come la famiglia sui quali, non si capisce perché, si stia lì a legiferare tanto, e perché modelli nati in qualche Paese un po’ più al centro dell’Europa debbano essere esportati un po’ più al Sud ed un po’ più ad Est. Stiamo bene come siamo”. CCEE. “Ineluttabile ed urgente”: così “appare l’impegno della Chiesa per una fase di approfondimento della ‘visione’ dell’unificazione europea” di fronte ai “risultati del referendum nazionale francese del 29 maggio scorso” e alle “conseguenze che il voto di sfiducia al Trattato costituzionale potrebbe arrecare al processo di unificazione”. È quanto si legge nel comunicato finale dei lavori dell’Incontro dei segretari generali del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee) che si è chiuso il 30 maggio, a San Gallo (Svizzera). Al centro della riflessione, il futuro dell’Europa e il ruolo della Chiesa. “Solo nel binomio ‘innovazione e tradizione'” riferito alla trasmissione della fede “si potrà far fronte alla forte scristianizzazione in atto nel continente” hanno osservato i segretari generali. Per quanto riguarda le questioni bioetiche legate alla ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali, “è assolutamente necessario e urgente che la Chiesa si metta in dialogo con la scienza, e contribuisca ad una presa di coscienza dell’opinione pubblica”. Dal dibattito è emersa “l’idea di collaborare con la Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) per costituire a livello europeo una rete di esperti”. “Il filo roso che guida la vita del Ccee – ha osservato il segretario generale mons. Aldo Giordano – è quello dell’evangelizzazione”. L’organismo è infatti chiamato ad “essere uno spazio europeo a servizio della comunione tra i vescovi, dell’ecumenismo, e dell’incontro tra Vangelo e cultura”. Scuola, università, politica, massmedia, migrazioni, rapporti con il mondo musulmano e responsabilità per il creato: questi i più importanti settori di impegno. Quanto all’ecumenismo, occorre “realizzare nell’essenzialità e senza fretta la chiamata all’unità ricordata domenica scorsa da Benedetto XVI” conclude il comunicato.