Un voto da meditare” “” “

È bene prendere molto sul serio questo voto francese. Certo gli elettori transalpini da molto tempo tentano di lanciare messaggi inequivocabili al presidente Chirac: il massiccio voto contro il Trattato costituzionale è certamente prima di tutto un voto contro il presidente. E qui gli elettori francesi sarebbero in linea con la gran parte degli europei (continentali) alle prese con “alternanze per disperazione”. Ma non c’è solo questo. Non c’è solo una ragione di politica interna molto evidente. Gli elettori francesi, vistisi recapitare come è giusto e corretto che sia, il testo del Trattato costituzionale, si sono probabilmente trovati di fronte ad un oggetto ben diverso dalla Costituzione europea di cui tanto si parla. Si tratta, infatti, di un vero e proprio Trattato, di competenza più delle Cancellerie e degli alti vertici burocratici, che di un referendum popolare. Gli elettori si sono trovati di fronte un testo molto tecnico da un lato e, per forza di cose, piuttosto generale e/o generico dall’altro. Così ciascuno ha potuto trovarvi i propri fantasmi, dal liberismo alla globalizzazione, dalla concorrenza tra poveri alla perdita dei diritti sociali acquisiti. È stato, dunque, relativamente facile cementare una coalizione di scontenti con una coalizione di timorosi, esprimere con il “no” i dubbi sempre più vivi su un futuro incerto, in cui la gran parte della popolazione dei Paesi avanzati dell’Unione teme di stare peggio di quanto non stia oggi. Per questo bisogna prendere sul serio questo voto francese. Perché dice con chiarezza che il processo “costituente”, pure così enfatizzato, non ha indicato alcun grande traguardo etico, culturale, morale e politico: si è limitato ad un lifting istituzionale, certo condivisibile, ma privo di appeal. Le cancellerie sono al lavoro per capire come sarà possibile aggirare il “no” francese, cui si sommerà con tutta probabilità quello olandese e l’olimpica “astensione” britannica. Probabilmente il lifting istituzionale previsto dal Trattato (la cui attuazione pratica era stata dilazionata non senza lungimiranza verso la metà del prossimo decennio) sarà salvato, in qualche misura. Ma ecco allora due priorità. La prima è ritornare a una seria riflessione “costituente”. Quale Europa, quali diritti e quali doveri, quale rapporto con il passato e, dunque, quale progetto per il futuro, quale definizione di democrazia: non bisogna avere timore di parlare, su questi grandi temi un poco di più “all’americana”. E nello stesso tempo non bisogna avere timore di guardare al grande modello europeo dell’economia sociale di mercato, dei grandi sistemi di protezione sociale, per rilanciarlo con nuova consapevolezza. Se manca questo coraggio tra blocchi e timori, il futuro resta colorato di incertezza.