Le Chiese in Europa riflettono ” “sulla Seconda guerra mondiale ” “” “
Il 60° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, oltre che dai leader mondiali riuniti a Mosca il 9 maggio scorso (vedi Sir n.35/2005) è stato ricordato anche in diversi Paesi europei dalle varie Chiese locali. Riportiamo quanto avvenuto in Germania, Austria e Olanda. GERMANIA. Con una celebrazione svoltasi a Berlino l’8 maggio, la Chiesa cattolica e la Chiesa evangelica tedesca hanno commemorato il sessantesimo della fine della Seconda guerra mondiale, alla presenza delle massime cariche dello Stato. Il card. Karl Lehmann, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha ricordato come la data della ricorrenza abbia segnato “non solo la fine di una dittatura spaventosa, ma anche la data di un nuovo inizio”, sottolineando i diversi destini che hanno contrassegnato la Germania Ovest e la Germania Est: “L’8 maggio, la Germania Est cadde sotto una nuova dittatura. Dopo sessant’anni esistono ancora molte ferite percettibili”. Il vescovo evangelico Wolfgang Huber, presidente del Consiglio della Chiesa evangelica (Ekd) ha rilevato che la “pace non è solo il silenzio delle armi. Ci deve essere anche la sicurezza della popolazione, l’ordine sociale nel senso della protezione dei deboli, la libertà di pensiero e di religione, il benessere del singolo ma anche la sconfitta della malattia e per quanto possibile la prevenzione delle catastrofi, la mancanza di corruzioni e dell’abuso di potere”. AUSTRIA. “Dio conceda che il male che ebbe fine 60 anni fa in questo luogo, non torni più”: lo ha detto l’8 maggio a Mauthausen il card. Christoph Schönborn, presidente della Conferenza episcopale austriaca, in occasione del 60o anniversario della liberazione dell’ex lager nazista. “Per noi appartenenti alle generazioni successive Mauthausen conserva un’altra esperienza spaventosa. I colpevoli di questa devastazione non erano orde criminali qualsiasi. Non erano bestie, né ciechi fanatici di un’altra cultura, di un’altra religione, di un’altra civiltà. No: erano persone come noi. Con donne e bambini a casa, che amavano. Con sogni e aspirazioni come noi, con il loro albero di Natale, con i loro Schiller e Goethe nello scaffale. Carnefice e vittima erano indistinguibili. Ognuno di noi avrebbe potuto essere vittima ma anche carnefice. E niente può dirci con sicurezza da che parte saremmo stati allora e da che parte staremmo oggi”. “Come è possibile che ciò sia potuto accadere in un Paese cristiano, in cui la Croce è onnipresente?”, si interroga Schönborn. “Anche se tra le vittime del terrore nazista molte erano persone che hanno sofferto e dato la vita per la loro fede cristiana, dobbiamo comunque riconoscere il fallimento e colpa che anche i cristiani hanno addossato su di sé”. “Sono passati 60 anni dalla liberazione. Eppure sentiamo che il cammino è ancora lungo e ci porta nel quotidiano”. OLANDA. “La liberazione del nostro Paese è un’eredità che ci affida un incarico: essere e restare liberi; il ricordo può essere ancora efficace” È questo il passaggio più significativo di una lettera episcopale diffusa dai vescovi d’Olanda in occasione delle celebrazioni per il 60° anniversario della liberazione dei Paesi Bassi. “‘Mai più tutto ciò fu il proclama sul quale si costruì, dopo la guerra, una società europea fondata sulla pace, la libertà e i diritti democratici per questo ai giorni nostri ci viene richiesto di costruire con impegno il profilo di un’Europa dove ciascuno rimanga libero da guerra, povertà e persecuzioni”. Nel messaggio riveste un ruolo fondamentale la raccomandazione che il periodo della Seconda guerra mondiale “non venga considerato semplicemente come un capitolo della nostra storia patria”. Proprio per questo motivo attenzione va posta da parte di tutti al possibile insorgere di “nuove ideologie nelle quali la discriminazione, l’intolleranza e la forza rivestono un ruolo centrale”, così come è necessario rifiutare “le attuali esperienze di guerra del nostro momento storico”. Rivolgendosi ai fedeli che in larga parte non hanno vissuto l’esperienza bellica in prima persona, i vescovi puntano molto sulla chiarezza della ricostruzione storica “affinché si sviluppi un vero e proprio amore per il ricordo”. “Se si guarda indietro al conflitto emerge con nitidezza la superficialità di una distinzione della popolazione tra collaborazionisti e partigiani: in verità tutta la società olandese venne paralizzata sotto l’assedio brutale del nazifascismo. Solo con la liberazione si arrivò alla fine di un vero e proprio regime di schiavitù”. Sottolineando la necessità di un ricordo altrettanto indelebile per le vittime della Shoah, i vescovi ribadiscono la propria vicinanza “a tutte le vittime cadute al tempo dell’occupazione e ai militari alleati che hanno dato la propria vita per la libertà altrui”.