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Dialogo e verità ” “” “

“Le Monde” del 2 maggio scorso ha pubblicato alcuni significativi estratti di un dibattito tra l’allora cardinale Joseph Ratzinger e il filosofo italiano ateo, Paolo Flores d’Arcais. (I contenuti del confronto sono stati ripubblicati negli stessi giorni anche dal bimestrale italiano MicroMega, ndr). Quel dibattito, che si è svolto il 21 settembre 2000 a Roma è stato reso disponibile al grande pubblico europeo soltanto dopo l’elezione di Benedetto XVI. Questo fatto è utile per conoscere meglio la personalità del Papa e la sua maniera molto originale, benevola ma esigente, di entrare in discussione con un filosofo che non condivide la sua fede e dichiara di avere un pensiero razionalista e laico. Lungi dall’essere scoraggiato dalla distanza delle convinzioni, Joseph Ratzinger accoglie la differente proposta, l’analizza, dà conto delle sue richieste legittime, pur tracciando nettamente la posizione cristiana. Questo senso dell’ascolto, questo rispetto per l’interlocutore, il cardinal Ratzinger non ha mai cessato di manifestarli, prolungando così una tradizione che risale alle origini del cristianesimo e della quale è opportuno comprendere la natura. Infatti, come Paolo VI aveva ricordato con forza nella sua prima enciclica, Ecclesiam suam, il dialogo non è un qualsiasi procedimento dialettico di persuasione dell’interlocutore. Prevede, al contrario, che il confronto arricchisca e trasformi chi vi partecipa, facendogli percepire alcuni aspetti del suo pensiero fino allora inavvertiti. Non vale forse la pena di menzionare il modo in cui un grande europeo contemporaneo, Hans Urs von Balthasar, già nel 1952, aveva messo in guardia contro la nozione di una Chiesa-fortezza, ripiegata su se stessa e sulle sue certezze, dunque resa incapace di comunicarle agli altri a motivo della sua chiusura? La Chiesa ha sempre vissuto fino in fondo i rischi della storia, e in ogni epoca ha accolto la provocazione delle correnti inedite della cultura che la obbligavano ad approfondire la conoscenza di se stessa, e non può essere diversamente nella nostra epoca. Lo stesso Balthasar osservava ancora che, con lo sviluppo delle scienze umane, conveniva “rimettersi al potere divino di discernimento delle menti, che dovrà suggerire al cristiano come dovrà prendere posizione di fronte alle difficili questioni che si pongono in modo nuovo”. Un chiaro richiamo al primato della coscienza nella definizione riconfermata dal Concilio Vaticano II L’apertura alle opinioni altrui non significa allora cancellare le proprie convinzioni e Balthasar non provava alcun compiacimento per i tentativi di secolarizzazione della Chiesa, che a forza di estenuazione del messaggio, in nome di un dialogo fine a se stesso, arrivava alla sua completa neutralizzazione. E questo rischio è ancora presente oggi in Europa. Con la passione per la verità, riconosciuta anche da un filosofo ateo, il card. Ratzinger diceva, e Benedetto XVI non manca di dire che nella Chiesa le divergenze teologiche non sono equivalenti a disaccordi filosofici.