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Entusiasmo da risvegliare” “

Un documento della Comece ” “sul futuro dell’Unione europea” “” “

“Oggi, dopo l’adesione dei dieci nuovi Stati membro, il progetto dell’Unione europea ha bisogno di essere vivificato secondo lo spirito che fu alla sua origine, nel 1950”. La grande sfida per l’Europa oggi è capire “come risvegliare l’entusiasmo dei nostri popoli per la causa europea e per l’idea di fraternità tra tutti”. Nasce da questa duplice “esigenza” il documento dal titolo “Il futuro dell’Unione Europea e la responsabilità dei cattolici” che la Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) presenterà giovedì 12 maggio a Bruxelles. Il documento – di 60 pagine – è stato redatto da un gruppo di teologi e filosofi, di diversi Paesi europei, sotto la direzione di mons. Hippolyte Simon, arcivescovo di Clermont (Francia) e vice-presidente della Comece. Il documento parte dalla constatazione di un certo euroscetticismo con il quale è stato vissuto in Europa l’adesione di nuovi 10 Stati membro all’Unione europea. “Di fronte all’importanza e alla portata di un tale avvenimento si sarebbe potuto aspettare un’esplosione di entusiasmo da parte dei Paesi interessati. E invece, abbiamo assistito ad una certa discrezione nelle manifestazioni che hanno salutato queste nuove adesioni”. Evidentemente, gli europei non hanno avuto modo di “prendere ancora pienamente coscienza” della portata di un evento che si è svolto in “modo pacifico e non violento”. D’altra parte, “la pace è come la salute: è un bene di cui si avverte la necessità solo quando viene a mancare”. Dopo l’analisi, gli episcopati europei riuniti nella Comece invitano gli europei a domandarsi “che cosa significa per l’Unione europea” essere “erede privilegiato della tradizione cristiana”. I vescovi tengono a ribadire che “la tradizione cristiana non appartiene solo al passato” ma “continua a nutrire l’impegno dei cittadini che si riconoscono esplicitamente come credenti in Cristo”. Poi una seconda precisazione: “la missione primaria della Chiesa” non è quella di dare all’Europa “un progetto politico determinato” ma di “offrire un contributo indiretto ma molto significativo alla vita dei paesi”. Infine, i vescovi precisano che “i cattolici non hanno soluzioni ‘chiave alla mano’ da proporre per risolvere le sfide. Sanno però di essere eredi di una tradizione antica, che ha particolarmente segnato il continente europeo”. Ma che tipo di “eredità” è quella cristiana? È – scrivono i vescovi – una eredità “in movimento” e “aperta”. In movimento, perché coinvolge “in mille modi” laici, Chiese, diocesi in un impegno che si svolge nelle scuole, negli ospedali, nelle biblioteche, nelle università, tra i giovani. Ed è una eredità “aperta” secondo l’invito che fece Giovanni Paolo II nella “Ecclesia in Europa”: “ Dire Europa, deve voler dire apertura“. Da qui l’impegno ecumenico perché “è impossibile richiamarsi all’eredità del cristianesimo in Europa senza riconoscere nello stesso tempo che questa eredità ha comportato pagine drammatiche: quelle relative alla divisione tra le Chiese cristiane”. Il documento si chiude con uno sguardo “al di là delle frontiere dell’Europa e all’insieme della famiglia umana”. “L’Unione europea – scrive la Comece – non può estraniarsi dal resto del mondo. Essa è al servizio della pace e dello sviluppo dei popoli che la compongono ma è anche una mediazione al servizio della pace e dello sviluppo di tutti i popoli della terra”.