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Diritto ad uccidere?” “

Il Cde boccia una risoluzione ” “che avrebbe aperto all’eutanasia” “

Un duro confronto ha caratterizzato i lavori dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, riunita in plenaria dal 25 al 29 aprile a Strasburgo. L’aula ha respinto un progetto di risoluzione “sull’accompagnamento dei malati in fin di vita”, dietro il quale è stata intravista una forma di apertura all’eutanasia. Il documento, che avrebbe avuto un significativo valore politico, era già stato presentato e bocciato dall’assemblea del CdE; in questo quarto “tentativo”, i parlamentari, dopo aver presentato 71 emendamenti, hanno infine espresso 138 voti contrari, 26 favorevoli e 5 astensioni. “Prevenire gli abusi con una legge”. Il testo era stato preparato dal rappresentante svizzero Dick Marty (commissione affari sociali), il quale chiedeva ai 46 Stati membri del CdE di “definire e attuare” una “vera politica di accompagnamento delle persone in fin di vita”. Fra le proposte, “la promozione di cure palliative”, il “rafforzamento delle cure contro il dolore” e la “definizione di codici di etica medica per evitare l’accanimento terapeutico”. “Solo una legalizzazione dell’eutanasia sotto controllo – ha dichiarato lo stesso Marty aprendo la discussione – può portare trasparenza e impedire abusi”, rispettando “il diritto dei malati in fase finale di rifiutare cure mediche” e di “disporre liberamente della propria persona”. Tra gli esempi sui quali confrontarsi, la risoluzione indicava i casi in cui l’eutanasia è già stata introdotta: la legislazione olandese e quella belga. In Danimarca è invece tollerata l’eutanasia passiva, mentre in Francia si riconosce l’opportunità di interrompere un trattamento su un paziente che soffre, senza alcuna speranza di guarigione. L’esponente svizzero ha inoltre insistito affinché vengano attuate forme di vigilanza severe negli ospedali europei, “dove viene praticata clandestinamente l’eutanasia grazie a un’assenza di legislazione in materia”. Marty ha spiegato che “non si vuole imporre una legge uguale per tutti: ogni Paese deve trovare la soluzione legislativa più adatta”. Negare il “diritto di uccidere”. In aula è stato più volte sottolineato il timore per “le conseguenze che potrebbe provocare la liberalizzazione dell’eutanasia”, ricordando la sua estraneità alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Kevin Mc Namara, parlamentare inglese, ha guidato il fronte del “no” alla risoluzione, asserendo con decisione che “liberalizzare l’eutanasia equivarrebbe a riconoscere il diritto di uccidere”. A suo avviso “non si può comparare la situazione francese, che riconosce la fine del trattamento inutile, con il fatto di uccidere deliberatamente una persona. Per me la legge dev’essere chiara dappertutto: nessun medico deve avere la possibilità di uccidere un paziente, e nemmeno di prendere delle decisioni che ne accelerino la morte, per esempio privandolo del cibo”. Il Consiglio d’Europa e la bioetica. In realtà il Consiglio d’Europa era già intervenuto nel 1999 con una presa di posizione contraria a ogni forma di accanimento terapeutico, chiedendo invece il pieno rispetto della dignità del malato. L’organismo di Strasburgo promuove di frequente momenti pubblici di confronto e studi sui temi etici legati alla salute e alla malattia, alla ricerca, alle condizioni di vita degli anziani non autosufficienti. Non a caso negli stessi giorni della seduta dell’Assemblea parlamentare, era in corso una conferenza dei Comitati nazionali di bioetica, organizzata dal Consiglio d’Europa a Dubrovnik, in Croazia (25-26 aprile), seguita da un’assemblea del Comitato direttivo per la bioetica del CdE (26/29 aprile) sui temi della genetica umana. Una riflessione sulla libertà di vivere. Sull’ultima versione della risoluzione, sottoposta al voto dell’Assemblea, era intervenuta anche  Katharina Schauer, esperta della Comece (Commissione degli episcopati della Comunità europea) sulla rivista “Europe Infos”. Nell’articolo intitolato “Ars moriendi?”, la Schauer aveva dapprima descritto il nuovo rapporto, dove era prevista una “assistenza in fin di vita” per i pazienti che non sono più in grado di esprimere il loro consenso: in tal caso “si tenterebbe a determinarne la volontà presunta tenendo conto di sue dichiarazioni, di volontà espresse per iscritto o con il tramite di un ‘rappresentante terapeutico’”. Ma questa posizione “non rischia di avviare l’eutanasia, praticata senza l’accordo del paziente? Non incoraggerebbe taluni ad arrogarsi il diritto di giudicare se la vita di un essere umano valga ancora la pena di essere vissuta? Messe da parte le serie obiezioni etiche e religiose che si potrebbero sollevare, bisognerebbe anche interrogarsi sulle conseguenze effettive della depenalizzazione dell’eutanasia. Si pensi alle pressioni che potrebbe subire un paziente vedendosi obbligato a giustificarsi”, desiderando vivere nonostante il parere contrario di medici o parenti. S’impone dunque una riflessione “sull’attitudine della nostra società ad affrontare la malattia e la morte”, “sui limiti delle risposte strettamente tecniche e mediche alla malattia” e sull'”accompagnamento” dei morenti.