Dopo aver qualificato Giovanni Paolo II, l’aggettivo “conservatore”, con tutto ciò che racchiude di stretto, di chiuso, è stato attribuito al suo successore, talvolta aggravato da un coefficiente peggiorativo: “iperconservatore”. Una volta superata la prima reazione di nervosismo che ci provoca sempre questa sorta di riduzione della missione di un Papa ai dibattiti politico-sociali (in cui si viene sempre classificati rispetto al progresso, per definizione lineare, che si pensa si dispieghi di fronte a noi), ci tocca probabilmente prendere le misure della posta in gioco nella svolta post-Giovanni Paolo II. Quest’ultimo aveva, grossomodo, costruito il suo pontificato sulla congiunzione di una fedeltà inscalfibile alla lettera del Concilio Vaticano II e di un forte impegno per riportare alla continuità della Tradizione cattolica i credenti disorientati. Più precisamente, si era basato sulla possibilità di una lettura del Concilio e della riforma liturgica nel senso di quella continuità, pur non rinnegando nulla delle aperture (interreligiose o ecumeniche), anzi del tutto certo delle sue basi e della forza spirituale della Chiesa, per non perdere nulla dei tratti distintivi del cattolicesimo. Quella posizione ha portato dei frutti incontestabili, anche se ha sconcertato, se non sconvolto, più di qualcuno: l’incontro di Assisi, le dichiarazioni di pentimento hanno commosso un’intera frangia “di destra” dell’opinione pubblica cattolica, mentre gli appelli dottrinali ( Veritatis splendor, Dies Domini, e soprattutto la Dominus Jesus nel 2000), la fermezza dell’insegnamento morale, gli ammonimenti nel campo liturgico alimentavano le polemiche “a sinistra”. Contrariamente a ciò che alcuni avevano creduto, non c’era da parte di Giovanni Paolo II alcuna duplicità, alcun linguaggio ambiguo in quella posizione che poteva sembrare sul filo del rasoio, ma che, per lui, era il risultato della sua fede nel potere del Vangelo di superare tutte le posizioni di stallo, gli scontri sterili e gli ostracismi dettati dalla paura. Potrà Benedetto XVI continuare esattamente la stessa linea? Ne ha certamente il desiderio e, lo possiamo dire, le capacità intellettuali. Nessuno meglio di lui è in grado di affrontare le problematiche della modernità, le grandi tradizioni religiose, le questioni ecumeniche, in cui sa aprire nuovi cammini, individuare i pericoli e presentare la Verità della fede da una prospettiva rinnovata. È probabilmente questa qualità incontestabile, percepita da tutti, in particolare in occasione delle visite ad limina, che ha portato alla scelta del Sacro Collegio. Nella misura in cui la crisi della Chiesa, che ha origini lontane e non è iniziata certamente con il Concilio (che è stato un tentativo per darle una risposta), è prima di tutto una crisi intellettuale, è su quel versante che bisogna affrontare il problema. Costretti troppo a lungo in una posizione difensiva, i cattolici hanno perso l’attitudine a sovvertire le correnti di pensiero che li minacciavano, allorquando era necessario ritrovare quel fondo di verità presente in ogni aspirazione del cuore umano, ma al fine di condurla a Cristo. Tuttavia, si troverà ad affrontare la realtà di una Chiesa che non si è ancora ripresa dagli scossoni del post-Sessantotto ed è tuttora radicalmente indebolita nella sua obbedienza, nella sua fede, nel suo dinamismo apostolico. Sarà in grado di mantenere la posizione costantemente irenica che fu propria di Giovanni Paolo II sicuro di raggiungere il buon popolo cattolico nella sua intuizione spontanea? Qualcuno dice che non ha molto tempo davanti a sé (ha 78 anni!) e non gode in partenza di un capitale di simpatie. Ha però lo Spirito Santo… che è una carta vincente di un altro ordine. Spetta a noi, in ogni caso, di aiutarlo, sin da oggi, con la nostra preghiera, fedele, costante, filiale…