Il Papa alle istituzioni europee” “
Storia e radici cristiane, democrazia e diritti dell’uomo, problemi economici, giustizia sociale, ricerca scientifica, tutela del creato. Sono infiniti i temi che Giovanni Paolo II ha affrontato nei suoi discorsi ufficiali, rivolti alle istituzioni europee durante alcuni dei suoi viaggi nel “vecchio continente”. Fra questi devono essere segnalati, per la ricchezza delle osservazioni sempre volte a sostenere l’integrazione europea, l’intervento a Bruxelles presso la sede dell’allora Comunità economica (Cee) del 20 maggio 1985, i discorsi rivolti al Consiglio d’Europa e al Palazzo dei diritti dell’uomo di Strasburgo l’8 ottobre 1988, nonché il famoso pronunciamento davanti all’Europarlamento, sempre a Strasburgo, l’11 ottobre 1988. STORIA, CULTURA E TRASCENDENZA. Nella sede brussellese della Cee, accolto dal presidente della Commissione Jacques Delors, il Papa parla subito della “simpatia” e dell’attenzione riservata dai suoi predecessori verso la nascita e lo sviluppo della Comunità economica, segnalando quindi il proprio interesse per la costruzione dell’Europa unita. Il discorso del 1985 si concentra soprattutto sulla “profondità storica” dell’integrazione continentale, attraversando, nei secoli, le vicende dell’antica Grecia, di Roma, del cristianesimo delle origini, fino al medioevo e all’età contemporanea. Afferma dunque Karol Wojtyla che l’incontro tra il pontefice e le personalità impegnate alla costruzione della “casa comune” è “nell’ordine delle cose, perché la mia missione è di essere testimone nel mondo […] di questa fede che segna la storia e la cultura di questo continente più di ogni altro; della fede in cui una grande parte di uomini e di donne d’Europa riconosce l’orientamento fondamentale della propria vita”. Volgendo quindi lo sguardo al futuro, il Papa aggiunge: “Nell’imminenza del terzo millennio, l’Europa si trova di fronte a una nuova tappa del suo divenire. È importante che oggi essa abbia una visione più chiara di quello che è, di quello che la sua memoria collettiva ricorda di un passato lungo e tumultuoso, per non subire il suo destino come il prodotto del caso, ma per costruire liberamente il suo avvenire come un progetto”. Secondo Giovanni Paolo II, che cita le figure di Benedetto, Cirillo e Metodio, occorre raccogliere l’eredità dei “padri fondatori” dell’Europa comunitaria, vista quale risposta di pace dopo gli sconvolgimenti e le tragedie della seconda guerra mondiale. Dunque il merito dei vari Schuman e Adenauer, De Gasperi e Monnet, Churchill e Spaak, “è stato di non rassegnarsi a un frazionamento dell’Europa, che le impediva di ricostruirsi, di sviluppare il suo patrimonio culturale e materiale stupendamente ricco, di ritrovare il suo dinamismo riallacciandosi alle ispirazioni positive della sua storia”. L’EUROPA DEL FUTURO, OLTRE LE DIVISIONI. Su alcuni di questi temi il Papa torna negli interventi pronunciati tre anni più tardi al Consiglio d’Europa e presso la Corte dei diritti dell’uomo, dove insiste sull’importanza di rispettare la “regola della legge”. Ampi, quindi, i riferimenti alla “coscienza europea”, al ruolo della famiglia, all’educazione dei giovani, alla ricerca scientifica affinché rispetti “la salvaguardia della vita fin dal concepimento”. Eppure è nel discorso tenuto al Parlamento europeo, l’11 ottobre 1988, che Wojtyla prefigura le sfide che l’Europa comunitaria si troverà di fronte, indicando quali risorse decisive per il domani la valorizzazione della propria identità, la riscoperta di un'”anima” culturale ed etica condivisa, la irrinunciabile dimensione trascendente della vita. Pochi mesi prima della imprevista, epocale, caduta del muro di Berlino, Giovanni Paolo II afferma: “Altre nazioni potranno unirsi a quelle che sono qui rappresentate. Il mio voto di pastore supremo della Chiesa universale, venuto dall’Europa centrale e che conosce le aspirazioni dei popoli slavi, quest’altro ‘polmone’ della nostra stessa patria europea, il mio voto è che l’Europa, dandosi sovranamente libere istituzioni, possa un giorno estendersi alle dimensioni che le sono state date dalla geografia e più ancora dalla storia. Come potrei non desiderarlo, dato che la cultura ispirata dalla fede cristiana ha profondamente segnato la storia di tutti i popoli della nostra unica Europa?”. Il Pontefice conclude indicando tre “campi” in cui “l’Europa unita di domani, aperta verso l’Est del continente, generosa verso l’altro emisfero, dovrebbe riprendere un ruolo di faro nella civilizzazione mondiale”: in primo luogo “riconciliare l’uomo con la creazione, vegliando sulla preservazione dell’integrità della natura”. Quindi, “riconciliare l’uomo con i suoi simili, accettandosi gli uni gli altri quali europei di diverse tradizioni culturali o correnti di pensiero, accogliendo gli stranieri e i rifugiati”. Terzo tema, “riconciliare l’uomo con se stesso”, lavorando per “la ricostruzione di una visione integrale e completa dell’uomo e del mondo”, una visione “in cui la scienza, la capacità tecnica e l’arte non escludono ma suscitano la fede in Dio”.