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La fatica di Canterbury” “

Per evitare il rischio scisma ” “nella Comunione anglicana” “

“Sono stato anglicano tutta la vita e guardo questa possibilità di divisione con orrore”. A parlare così è il vescovo anglicano JOHN FLACK , direttore del Centro anglicano di Roma, al quale abbiamo chiesto di fare il punto sulla crisi che si è aperta all’interno della Comunione anglicana in seguito all’ordinazione di un vescovo gay negli Usa e alla benedizione di matrimoni tra omosessuali in Canada (vedi Sir Europa n. 17/2005). C’è davvero – come affermano i media – un rischio di scisma all’interno della Comunione anglicana? “Non credo che uno scisma all’interno della Comunione anglicana possa succedere nell’immediato. L’arcivescovo di Canterbury ha chiesto un periodo di tre anni di riflessione e preghiera prima che qualcuno prenda qualsiasi decisione. Questa è la situazione attuale. Certamente la questione sulla sessualità umana ha aperto una grande divisione. C’è anche il problema dell’ordinazione delle donne che qualche Chiesa anglicana ha accolto, ma altre no. Questa questione però non ha provocato quella stessa divisione che invece ha provocato il tema della sessualità”. E se uno scisma dovesse succedere, quali conseguenze avrebbe? “Credo che la Chiesa anglicana americana molto probabilmente chiederà di dimettersi dalla Comunione anglicana per un periodo di tempo, e cosi forse farà anche la Chiesa anglicana canadese. Ma dovremmo aspettare per vedere se realmente succede. L’arcivescovo di Canterbury ha detto che l’unità della Comunione anglicana è molto importante. Speriamo che le persone seguano questo indirizzo”. Quale ruolo può svolgere in questi casi l’arcivescovo di Canterbury? “L’arcivescovo è profondamente rispettato. È possibile che lui possa tenerci insieme. Ma ci sono primati nella Comunione anglicana, soprattutto in Africa che hanno preso delle posizioni molto dure. Dobbiamo pertanto aspettare per vedere se l’arcivescovo di Canterbury sarà in grado di ricondurre all’unità i dissensi”. Forse dietro a questa crisi c’è una ragione più politica che sostanziale? “Penso piuttosto che le ragioni culturali, politiche e storiche possano aiutarci a stare insieme perché abbiamo non solo una lingua ma anche una lunga storia comune. La nostra speranza è che questi legami possano prevenire ogni divisione”. Non crede che ci debba essere una maggiore disponibilità a cedere la propria idea per il bene della Comunione? “Non lo so. Non ho un diretto contatto con i vescovi africani ma spero che siano generosi e pronti a mettersi in sintonia con l’arcivescovo”. Come vive un anglicano questa situazione? “La situazione è molto difficile: sono stato anglicano tutta la vita e guardo questa possibilità di divisione con orrore. Non voglio certamente appartenere ad una Chiesa divisa. Per questo prego, perché la mia Chiesa non si divida”. Quale lezione questa crisi consegnerà alla storia? “Non c’è stato mai niente di più grave fino al 19° secolo quando la Chiesa anglicana si divise sulla questione del battesimo ai bambini. È stata l’ultima grande crisi. Quel momento, come quello attuale, insegnano quanto sia importante saper lavorare insieme e ascoltarci reciprocamente meglio di quanto stiamo facendo oggi. Sono momenti che chiedono anche di accorciare il gap che divide i Paese sviluppati come Regno Unito e Nord America e i Paesi dell’Africa, India, Sud America”. Quale contributo sta dando la Chiesa cattolica? “La Chiesa cattolica, e in particolare il card. Kasper, sono stati molto utili nel consigliarci e pregare per noi, e nel non fare nessun pronunciamento che avrebbe potuto causarci delle difficoltà. Il card. Kasper ha parlato privatamente con il nostro arcivescovo e so che i suoi consigli sono stati molto utili. C’è anche il pericolo delle conseguenze che le divergenze interne possono avere sul dialogo. Prego per la mia Chiesa e continuo a pregare per l’unità. Il cammino dell’unità è difficile ma quando si è divisi internamente, lo è ancora di più. Dobbiamo comunque provare a farlo”.