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Circa quindici anni fa, un partecipante a un incontro dell’Organizzazione del clero europeo (Ccpe) ha saggiamente domandato se l’Europa in futuro avrebbe avuto 29 o 210 bandiere. Egli riconosceva che le speranza di un’unificazione completa tra gli Stati così come esisteva allora sarebbe stata irrealistica. La guerra in Yugoslavia aveva creato divisioni in quest’ultima rendendola irriconoscibile. Il Regno Unito ha attualmente due parlamenti (Londra ed Edinburgo) e un’assemblea nazionale (Cardiff). La Spagna e l’Italia hanno vissuto esperienze molto differenti che rischiavano di portare alla frammentazione. Edmund Burke, due secoli fa, aveva messo in luce che “amare il piccolo gruppo della società a cui apparteniamo è il primo principio degli affetti pubblici”. La lealtà nei confronti della società e dell’umanità è venuta in un secondo tempo. Nel mondo industriale, le grandi aziende spesso operano in piccole unità con cui i lavoratori si possono identificare. Nella sfera della religione, le Chiese a volte sono accusate di non essere in grado di rapportarsi con le gioie, le speranze, le sofferenze e le ansie dell’essere umano. Migliaia di persone hanno lasciato le Chiese tradizionali e hanno aderito alle chiese “domestiche”, in cui si sentono presi più sul serio, in cui c’è un’atmosfera più “umana” rispetto al clima anonimo di certe comunità. Anche in seno alla Chiesa cattolica, i nuovi movimenti intendono rispondere a questo stesso bisogno di una spiritualità “a misura di persona” e di una comunità nella quale le persone si riconoscano a vicenda. Preoccupato di una possibile e trasversale frammentazione in Europa, Immanuel Kant nel 1795, scrisse un saggio intitolato “Sulla pace perpetua”, in cui non si limita a parlare di una mera cessazione delle ostilità: il “dolce sogno” del filosofo è una pace universale che esige la conversione di molte menti. Anche il filosofo Emmanuel Lévinas incoraggiava tutti, specie i cristiani, a resistere a ogni tentazione di forma, pensiero o azione che, in modo più o meno arguto, mirasse a chiudersi in un piccolo gruppo, a non comunicare con altri, a prevalere sugli altri. Gli anni in cui ho lavorato presso la Santa Sede mi hanno insegnato a dare il giusto valore all’unità in seno alla Chiesa cattolica e l’approfondimento di Lévinas sulle origini dell’etica mi ha suggerito, nell’esperienza europea, la direzione verso l’unità: “L’etica inizia (…) di fronte al volto dell’altro, che impegna la mia responsabilità attraverso la sua espressione umana (…) Un’etica che non è schiavitù, ma un servizio reso a Dio tramite la responsabilità che abbiamo per il prossimo”. Coloro che in Europa sono ‘in ricerca’ saranno attratti da una comunità di fede che li rispetta e li ‘coltiva’ con quella comunicazione tra volti tanto cara a Lévinas.